30/1/2020
RISPOSTA A MASSIMO CARLOTTO SUL NOIR

Sul recente numero di Robinson, Massimo Carlotto ha provato a tracciare prospettive e compiti del genere noir oggi. Mi sembra sia l’intervento più interessante che leggo in merito, da molto tempo a questa parte.
   Definire il noir è difficile. Ognuno – scrittore o lettore – ne ha una percezione specifica. Io credo che il noir sia un genere letterario essenzialmente morale che presenta una visione onesta e non consolatoria della realtà. Per così dire: direzione chiara, contorni sfocati.
   D’altra parte molti romanzi noir sono rivestiti di una pelle scabra, irregolare, piena di bozzi, così che le etichettatrici si inceppano al primo contatto. Meglio. E: chissenefrega.
   Ha ragione Carlotto quando scrive che il numero di libri di genere è andato incontro a una superfetazione, negli ultimi anni. Investigatori di carta spuntano ovunque, sempre più simili gli uni agli altri. Di solito sbirri di buoni sentimenti, circondati da comprimari simpatici, protagonisti di storie che tendono al moralismo. Spesso, stabilito questo canone, uscire dal solco sembra difficile.

   Negli ultimi dieci – ma anche cinque – anni il mondo è cambiato enormemente. Tecnologie civili e militari, relazioni sessuali, percezione dell’individuo e del collettivo, ideologie, nuovo colonialismo. Il noir – su questo Carlotto ha ragione – detiene lo scettro di genere sociale per eccellenza. È chiaro tuttavia che il noir stanco e standardizzato di cui sopra, davanti ai recenti mutamenti, non serve a nulla.

   Carlotto immagina un aggiornamento tematico, in cui l’ambientalismo e la lotta per il pianeta in un contesto globalizzato diventino il centro. Sicuramente l’emergenza ecologica, col suo carattere ultimativo, con il suo lampante simbolismo bene/male, si presta ad indossare gli abiti del noir. Tuttavia io sono d’accordo solo in parte.
   L’ambientalismo in quanto tale rischia di essere una bandiera trasparente, quando non addirittura una distrazione, se non viene messo in relazione con la questione sociale e i rapporti di classe, ai quali è indissolubilmente legato. Nella realtà come nei libri.

   Oggi però il primo e più urgente conflitto è di carattere semantico e linguistico. Come notato tempo fa da Walter Siti, i social network tendono alla semplificazione e all’immediatezza. Quindi all’infantilismo.
   Twitter – frequentatissimo dagli scrittori – ha ridotto il pensiero a slogan. Instagram ha abolito le parole in favore delle immagini, prediligendo l’approccio emotivo a quello intellettuale. Tik Tok ha soppresso anche quello e mette in scena balletti, cazzeggio e vuoto assoluto.
   Tutto ciò viene fruito quotidianamente da milioni di individui, attraverso supporti che spingono per loro natura alla compulsione. Un libro è democratico. Puoi leggerlo piano, puoi leggerlo veloce. È lui ad adeguarsi al tuo modo d’essere. Uno smartphone ti obbliga al suo ritmo. Ti suona in tasca. Ti chiama. Il dito si sposta di pochi millimetri, schiaccia: un nuovo collegamento. In una frazione di secondo ti si apre un mondo. Ma lo volevi davvero, o è solo l’algoritmo ad avertelo imposto?

   Alla lunga, compulsione e semplificazione portano alla perdita di una grammatica del pensiero. Sono le regole base del far funzionare il cervello che si sgretolano.
   La conoscenza, l’arricchimento intellettuale, fanno il giro lungo. Necessitano di tempo. Li trovi sui libri, non sugli smartphone.

   La sfida è il recupero del pensiero complesso. È la premessa di qualsiasi battaglia civile, ecologica, letteraria, politica successiva. Altrimenti tutto naufraga nella superficialità e non approda a niente.
   Una sfida che la letteratura, a cominciare dal noir, deve raccogliere.


   Quindi: 1) Fare libri grandi; 2)Fare libri stratificati; 3) Recuperare il simbolismo del primo hard boiled, quello di Red Harvest di Hammett, per intenderci; 4) Intessere trame complesse; 5) Richiedere a chi legge uno sforzo superiore.

   È una lotta che porta ferite e cicatrici. La devono combattere scrittori e lettori insieme. Si può vincere.