26/6/2018

CONTRO TWITTER

 

Confesso di avere un rapporto conflittuale con la tecnologia. L’oggetto tecnologico per me è magia e quindi ispira timore, anche se non reverenza.

   La mia televisione, non so perché, funziona un giorno sì e tre no, e ancora non mi sono premurato di farla riparare. Contro la magia non mi ci metto. In realtà non me ne frega niente. Tanto ho da leggere o scrivere e il tempo lo occuperò in qualche modo.

   Se il cane non mi avesse – letteralmente – mangiato il vecchio Nokia, uno di quelli coi tasti e senza fotocamera, non avrei mai comprato uno smartphone. E in effetti non l’ho comprato, ma me l’hanno regalato per, intuisco, riuscire a contattarmi con più facilità. Adesso uso Whatsapp, per esempio, ma mi sembra tanto una rottura di coglioni. Come il cellulare in genere. Anche prima, col telefonino preistorico, difficilmente rispondevo. Al massimo vedevo la chiamata persa e richiamavo.

   Col computer vado bene, invece. Mando le mail, navigo in internet e uso Word per scrivere. È uno strumento di lavoro e informazione; insomma, ne riconosco l’utilità.

   Ma in generale con questa tecnologia mi resta un problema bello grosso. Apro così la nota conclusiva di Nel fuoco si fanno gli uomini:

 

Negli ultimi dieci anni la tecnologia ha smesso di essere uno strumento, o un linguaggio, ed è diventata un mostro ideologico dalle ambizioni totalitarie. Crea dipendenza, governa la vita delle persone, le controlla, spesso le chiude in una bolla di solitudine. […]

 

   Volevo dire che la Tecnologia non è più un supporto che ti serve a fare qualcosa. È quel qualcosa. Ha valore in sé, indipendentemente dall’uso che ne vuoi fare. Non più mezzo, ma scopo e religione. Ogni volta che utilizzi una tecnologia, la Tecnologia afferma sé stessa su di te, scalpella una porzione della tua testa in cambio del servizio piccolo o grande che ti rende.

   E, come le religioni, ha i suoi santi, i suoi beati, i suoi parroci officianti. Penso a Steve Jobs, Elon Musk, Bill Gates e molti altri.

   Esiste un’epica su di loro. I loro volti sono noti a tutti. Scrivono libri. Frasi motivazionali vengono sovraimpresse a dei ritratti per essere diffuse via web e indottrinare i fedeli.

   Curioso. Tutti a capo di mastodontiche imprese capitalistiche.

   Per me i vuoti apertisi con la caduta, presunta, delle ideologie si stanno riempiendo con l’ideologia tecnologica che – curioso, ancora una volta – porta tutti i frutti del suo raccolto ai padroni. Ma questo sarebbe un discorsone, quindi la chiudo qui.

Walter Siti

   Ecco, a me fa paura e ribrezzo Twitter.

   Ho letto una recente intervista a Walteri Siti. A un certo punto lui dice:

 

Ho anche l'impressione che ormai tutto si sia infantilito: i social network e la cultura che viene veicolata attraverso i nuovi media tendono all'immediatezza e alla semplificazione, due caratteristiche legate più all'età infantile che non a quella adulta. […]

 

   È ovvio che Siti si sta riferendo principalmente a Twitter.

   Twitter è un social network nazista. Le sue camere a gas sono i 280 caratteri (prima 140). Il pensiero è obbligato a trasformarsi in surrogato di sé stesso. Goebbelsianamente, le parole diventano slogan. Frattanto le idee vengono sbuffate fuori dai camini e si disperdono nel vento.

   Non esiste il dibattito, esiste solo il pernacchiodromo. Dato che, su temi di livello culturale-sociale-politico, è impossibile sostenere compiutamente un’idea in così poco spazio, restano spiragli solo per suggestioni infantili – riprendendo Siti – o per mandarsi affanculo. E proprio questo succede.

   Basito, a volte ho provato a seguire alcune schermaglie fra utenti. Pochissime riflessioni. Tentativi di comprensione, zero. L’opinione propria che diventa in corso d’opera esattamente l’opposto di quella dell’avversario, di fatto dividendo la realtà in due scatole non comunicanti. Entrambe idiote, surreali, non aderenti alla situazione vera e nemmeno verosimile. Sberleffi, giochini dialettici in punta di retorica a difesa di idee vuote, già passate per il camino.

   Da analfabeta tecnologico ho guardato con incredulità all’acredine che deflagra dallo scontro di questi pochi caratteri, da questi apostrofi, parentesi, virgole che restano sul terreno carbonizzati dall’esplosione. Gente che banna gente. Gente che si picca di bannare ed essere bannata. Mostrine. “Mi hanno bannato, ma son tornato”. “Bombardiamolo di tweet”. “Resisterò, bannerò e twitterò”. “Famoje er culo”. E via dicendo. L’unica logica comunitaria è quella del branco.

   Per me che sono fermo alle John Player Special blu in pacchetto morbido e agli spaghetti alla carbonara, tutto ciò pare incomprensibile e deprimente, mentre rimesto la pancetta, tiro dal filtro e occhieggio lo schermo del computer.

 

   Il percorso mentale delle schermaglie Twitter, però, spesso lo vedo estendersi alla strategia dimostrativa di alcuni articoli di giornale, o addirittura di alcuni libri. Ovvero quella dialettica prestazionale, votata all’abbattimento dell’avversario più che alla creazione di un’idea autonoma e lineare, deborda anche al di là dei 280 caratteri e inquina opere che dovrebbero, devono essere strutturate meglio.

   A volte leggo un autore che mi dice: “Oh, occhio, lettore: è successo X, le premesse erano Y, il risultato, ne converrai, sarà Z”. Io ci penso un po’, metto insieme X e Y, ma il risultato non è Z, almeno non proprio. Ci penso ancora un po’ e mi rendo conto che, sì, in una frase breve, uno slogan, forse anche a me di primo acchito la somma di X e Y sarebbe potuta sembrare Z.

   Okay, però non lo è. Non sto leggendo un cazzo di tweet. Sto leggendo un libro o un editoriale. Pretendo di più.

   Pretendo sfumature. Pretendo connessioni. Pretendo pezze d’appoggio. Pretendo dati verificati.

 

   Cos’è successo? È successo che l’autore che sto leggendo pubblica quattro tweet all’ora. Ogni giorno. L’usura dell’abitudine ha modificato la sua prassi di ragionamento rendendola piatta e chiaroscurale. Lui l’ha trasportata in ciò che scrive per lavoro sputtanando tutto. Punto. Come scrivevo sopra: la Tecnologia ha smesso di essere strumento, è diventata sistema di pensiero e gli è entrata nel cervello sostituendo alla sua maniera di riflettere un algoritmo farlocco.

   Ogni cosa diventa il negativo di una pellicola Ilford bianco e nero. Immediatezza e semplificazione.

   A me piace scattare e sviluppare fotografie, possiedo centinaia di negativi. Anche mettendo la striscia di pellicola davanti a una fonte di luce, del fotogramma reale non si capisce nulla. Bisogna stamparlo. Servono lo sviluppo, lo stop bath, e il fissaggio. La realtà va oltre il tweet e la sua logica bambinesca e hitleriana.

 

   Un altro problema è che la Tecnologia per sua natura spinge a un utilizzo compulsivo. Un utilizzo compulsivo di Twitter porta a credere che la realtà sia una sorta di spremuta dei tweet. Così a volte commentatori più o meno abili si lanciano in analisi sociologiche sulla base di quello che leggono sui profili. Solo che Twitter non è la realtà. È un caleidoscopio fasullo puntato – nemmeno da una buona prospettiva – sulla realtà. Così il più delle volte tali commentatori prendono cantonate pazzesche, sovrastimando o sottostimando i problemi sulla base di una visione distorta.

   Ciò spinge all’autismo e all’autoreferenzialità. Le analisi diventano imprecise, impressionistiche, mancano di una base seria.

   La tragedia: Twitter ha meno utenti di altri social network, ma è ben frequentato. Giornalisti e “giornalisti”, scrittori e “scrittori”, editori ed “editori”, politici e “politici”.

   Io non sono su Twitter e non ci sarò mai perché non voglio dare il mio trascurabile contributo alla deriva. Anche se si esprimono concetti giusti, anche se lo si fa in maniera intelligente, esprimendoli si concorre ad affermare la dittatura dell’ideologia tecnologica e il suo pensiero totalitario. Il mulino è quello, non importa che l’acqua sia buona se comunque fa muovere quelle pale.

   «Eh, ma così lasci campo libero a chi lo utilizza per dire cose sbagliate».

   Chissenefrega. È molto più grave che l’élite culturale regredisca alla fase infantile, perda una capacità di analisi rigorosa e si disabitui al confronto. Sottraetevi. Lasciate languire il mostro. Ha pochi agganci nel reale e, se non gli date una mano, ne avrà sempre meno.

   Però non essere su Twitter ha dei costi.

   Su Twitter puoi spingere un romanzo e, abbastanza agevolmente, farlo arrivare ad occhi qualificati e guadagnare buone recensioni, o marchettoni da parte di autori più famosi di te. Puoi creare reti di contatto con professionisti dell’editoria. Guadagnare interviste, ospitate, inviti. Vendite.

   A fronte del prezzo da pagare, io non ci sto. Tiro su lo zaino e, quando librerie o associazioni mi invitano, vado a pescarmi i lettori di persona uno per uno. Non credo di perderci.