14/7/2016

L’INIZIO DI UNA STORIA LUNGA CINQUANT’ANNI. GIUSEPPE SACCHI feat. LUCIANO BIANCIARDI

 

Il cammino dei Meccanoscritti parte da molto lontano, da una mattina d’inverno del ‘63.

   Milano, piazza del Duomo, 5 febbraio 1963.

   Ci sono i cumuli di neve che gli spalatori hanno ammonticchiato qua e là per la piazza, in faccia al sagrato. La gente fa lo slalom, si muove a scatti e alita nuvolette bianche. Mentre passeggia rigido, un “ghisa” guarda le camionette della Celere davanti all’Arengario. In borghese, tra i cappottoni verdastri, lo stato maggiore della Questura e della Sezione Politica.

   Il “ghisa” adesso indirizza lo sguardo verso l’altra parte della piazza, all’imbocco della Galleria Vittorio Emanuele, in direzione di quella che Adriano Guerra, il cronista de l’Unità, definisce una «siepe» di persone. Anche questo crocchio, come i funzionari della “politica” dal lato opposto, osserva incuriosito lo spettacolo insolito in corso al centro della piazza.

   Gruppi di operai presidiano lo spazio e chiacchierano. Sono divisi per fabbriche, lo si capisce dagli striscioni, ma poi finiscono per mescolarsi. I segretari di FIOM, FIM e UILM li invitano a fare un altro giro del Duomo. Bisogna combattere l'orologio e il freddo: quelli delle altre fabbriche non sono ancora arrivati.

   È da un po’ che la storia va avanti. La lotta per il Contratto Nazionale è iniziata nel giugno del ’62. Fanno 8 mesi abbondanti, ora. L’obiettivo: cambiare la vita nelle fabbriche, cambiare il ruolo del sindacato nelle fabbriche. La linea tattica: farsi vedere il più possibile; si vince solo con la solidarietà della cittadinanza. E così sono stati organizzati dei turni; ogni giorno 4-5 fabbriche si bloccano, gli operai affluiscono dalla periferia a piazza del Duomo e tengono vivo una sorta di presidio permanente.

   Sì, sono stati mesi difficili. Le trattative con la Confindustria si sono intessute e disfatte come la tela di Penelope, davanti agli occhi del ministro Bertinelli. Quando sembrava si potesse chiudere, il banco saltava.

   Il 5 ottobre c’è stata la manifestazione silenziosa: 100.000 metalmeccanici che camminano per le vie di Milano e non fanno un fiato. Sono rimasti tutti impressionati, forse per primi gli operai, che continuano a parlarne.

   Il 12 ottobre Edgardo Domini, amministratore della Geloso di viale Brenta, ha sparato un colpo di rivoltella dalla finestra del suo ufficio verso gli operai radunati davanti alla fabbrica. Non è morto nessuno, ma un passante ha sentito il proiettile fischiare a qualche centimetro dalla testa della nipotina di un anno e mezzo che teneva in braccio, e una “600” è finita col tettuccio sforacchiato.  L’hanno arrestato, Domini; poi uscirà, ma, insomma, questa è un’altra storia.

   Sono settimane che in tutta Italia la lotta va avanti nei modi più disparati. Scioperi di più giorni, scioperi quotidiani di mezza giornata, scioperi di due ore, scioperi di mezz’ora, scioperi a scacchiera. Roba da menu à la carte. Scelga lo sciopero che preferisce, sciur padrun.

   Qualche piccolo imprenditore ha già mollato, firmando un protocollo d’acconto: le linee produttive ferme non le reggeva più. A Milano e provincia le ore di sciopero nel solo 1962 sono state 63.900.000. Gli “ultras”, però, quelli duri veramente come Senatore Borletti Jr., sono ancora lì e di mollare non hanno proprio voglia. Giuseppe Sacchi, segretario della FIOM cittadina ha scritto al prefetto per segnalare episodi antisindacali alla OSVA, alla Magneti Marelli, alla Geloso, al TIBB, alla FIAR, alla Phillips Radio e in un’altra mezza dozzina di stabilimenti.

   I nervi sono tesi. Tra 3 giorni c’è lo sciopero nazionale unitario dell’industria in solidarietà coi metalmeccanici. L’ultimo è stato nove anni fa.

   In piazza non ci sono solo gli operai, quel pomeriggio del 5 febbraio 1963. C’è anche qualche intellettuale, come il pittore Ernesto Treccani. È conosciuto tra  i lavoratori, e stimato: dicono che regali, a chi glielo chiede, delle mattonelle dipinte per il bagno di casa, come fosse un semplice artigiano e non uno dei principali artisti italiani. Gabriele Mucchi, dicono, non è d’accordo perché, secondo lui, «al cesso ci si pulisce il culo»: lui, semmai, regala stampe numerate delle sue opere.

   A passeggiare sul sagrato c’è anche Luciano Bianciardi, lo scrittore. Qualche mese fa ha vinto lo Strega per La vita agra, e tutti lo conoscono. L’Unità l’ha intervistato di recente; Bianciardi ha detto: «Sono solidale con i metallurgici in lotta. Vorrei saperne di più, vorrei fare di più perché forse non basta dichiararsi solidali. Bisognerebbe conoscerci meglio per batterci tutti insieme».

   Passeggia tra gli operai e stringe mani, ma è a disagio, a dire il vero. Quel mondo delle fabbriche lo sente vicino e al contempo lontano; gli piace, ma non gli appartiene.

   Cammina un po’ curvo, la moglie al braccio. Sente battere sulla spalla. Adriano Guerra; lo conosce, anche se non si vedono da otto anni. Guerra gli indica col mento Giuseppe Sacchi e glielo presenta. Il segretario chiama Bianciardi «Biancardi», storpiando il nome alla lombarda. Adriano Guerra è lì vicino, l’episodio promette bene. Sfila il taccuino e butta giù appunti per il pezzo di domani.

 

   […]È Luciano Bianciardi, l’autore di La vita agra. Sacchi, segretario della FIOM, lo ghermisce subito: «Tu devi scrivere un libro, un romanzo su questo sciopero…» Il capannello si forma subito. «Ma io,» dice Bianciardi, «ho scritto sui minatori perché li conosco fin da bambino. Il libro sugli operai bisogna scriverlo, deve farlo uno di voi.» «Noi ti aiutiamo,» dice uno «ti diciamo tutto…» Bianciardi non risponde. La vita agra è, in fondo, proprio il racconto del mancato incontro con gli operai di Milano, e ora ce ne sono troppi, e incalzano. «Beh! Ci penserò – dice Bianciardi – vediamoci intanto, scambiamoci gli indirizzi.»

 

   Luciano scriverà un gustoso articolo-racconto su quell’episodio, su quel pomeriggio in piazza del Duomo, su Sacchi che gli storpia il nome e vuole fargli fare un romanzo. Verrà pubblicato su l’Unità il 10 febbraio 1963, a pagina 7.

   Quello che Bianciardi non sa ancora è che a breve si ritroverà nella giuria di un concorso letterario insieme a Umberto Eco, Fortini, Spinella e Arpino, e che dovranno giudicare racconti scritti da operai. Per certi versi è così che avrà luogo quell’«incontro mancato con gli operai di Milano».

   Cominciano qui i Meccanoscritti.

   Ciò che succederà dopo un po’ l’ho già raccontato in questo post, e un po’ lo racconterò prossimamente.