12/1/2019

ALCUNE QUESTIONI FRA MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN E ME (PARTE PRIMA)

 

La ragazza mi raccontava la storia di San Filippo Neri, detto «il buffone di Dio», o meglio la storia della piazza che porta il suo nome.

   Nel 1938, durante la Guerra di Spagna, l’aviazione franchista sganciò una bomba sulla piccola Plaça de Sant Felip Neri, nel pieno centro di Barcellona, uccidendo più di quaranta persone, in maggioranza bambini. Ancora oggi la parte inferiore della facciata della chiesa di San Filippo si presenta come una superficie vaiolosa scavata dalle schegge.

   «Tu che hai studiato Storia, ti dovrebbe interessare,» diceva la ragazza.

   Eravamo in una delle corti dell’Universitat de Barcelona, all’inizio dell’autunno 2013. La ragazza era graziosa. Ricordo grandi occhi neri, tantissimi capelli neri e un vestitino nero. Parlava benissimo italiano perché era mezza italiana.

   Ancora non aveva capito cosa ci facessi lì. Poco male, non l’avevo capito neanche io.

   In linea teorica – puramente teorica – avrei dovuto prendere contatto con professori e ricercatori di letteratura per farmi dare una mano a raccogliere informazioni e materiale su certi scrittori, più che spagnoli, hispanohablantes. C’era una limitazione di genere: la novela negra, ovvero il noir, o più genericamente il giallo, il crime.

   Un amico scrittore mi aveva chiesto una mano. «Voglio fare un ciclo di conferenze su come il giallo sia il vero genere letterario sociale e su come molti romanzi gialli abbiano anticipato la Storia e gli eventi che poi sono accaduti».

   Interessante. Tuttavia il progetto era molto fumoso. Mancava un committente, soprattutto. Rischiava di risolversi nelle solite ore buttate al vento dietro a cose belle che poi si sgonfiano e si riducono a nulla (e poi questa fu esattamente la conclusione della vicenda).

   Così non ero troppo convinto, la ragazza doveva averlo capito. Eppure ero lì.

   Pazienza, non avevo molto da fare. Tanto ero rimasto senza lavoro.

   A Barcellona ci ero arrivato qualche settimana prima, in tasca le carte dell’università per attivare uno stage come receptionist presso una scuola di lingue. Mi ero laureato da poco e la Statale, ai neolaureati, forniva una sorta di servizio di collocamento.

   Ad alcuni giorni dall’inizio del lavoro, eccomi sulle Ramblas. Trovai un letto d’ostello a Gracia, un quartiere popolare di artigiani, e passai le giornate a sfrondare annunci di camere in affitto. Quando non visitavo appartamenti e non stringevo mani di studenti e giovani lavoratori, passeggiavo per la città, soprattutto a Gracia, che rende onore al suo nome sfoggiando un ordine e un decoro proletari.

   A Barcellona ogni quartiere, ogni strada, ha le sue storie. Un giorno mi fermai in Carrer de la Llibertat, una via stretta che fa sembrare le esili case che la costeggiano più alte di quanto siano. In un tripudio di onnipresenti bandiere catalane ai balconi, al civico 29 faceva capolino una targa: In questa casa nacque Josep Joan i Gironés, pugile, anzi “idol del pugilisme català”.
   Gironés, campione spagnolo ed europeo dei pesi piuma, era davvero un idolo popolare fra gli anni Venti e Trenta. 96 vittorie, di cui 37 ai punti, 26 per KO, 7 per KO tecnico, 24 per abbandono e 2 per squalifica. In carriera subì un solo Knock Out. Fu nel febbraio del ’35, a Barcellona, contro Freddie Miller, in un incontro valido per il titolo mondiale. Miller, americano di Cincinnati, lo mandò giù al primo round, disintegrando il mito del “Crack de Gracia” in pochi minuti proprio davanti al suo pubblico. Ancora oggi i giornalisti spagnoli sostengono che Miller giocò sporco. Che si presentò in ritardo, caldo di incontro con lo sparring, mentre Gironés lo aspettava all’angolo divorato dall’ansia. Ma è verosimile pensare che Miller fosse semplicemente più forte e più giovane: 24 anni contro i 31 del “Crack”, ormai puglie e uomo maturo. Lolita, la figlia di Gironés, ricorda che dopo l’incontro Miller fece visita alla famiglia e le regalò dei dollari. Nel mentre sotto la finestra i fans di Gironés prendevano a ceffoni Ángel Artero, il manager del pugile catalano, per loro il vero responsabile della derrota.

   Appesi i guantoni al chiodo, Josep divenne guardia del corpo di Lluís Companys i Jover, presidente della Generalitat de Catalunya durante la guerra civile. Mentre le truppe di Franco stringevano d’assedio Barcellona, il “Crack” espatriò in Francia e poi in Messico. Un suo omonimo, anch’egli pugile, cominciò intanto a spacciarsi per lui. Il falso Gironés era stato agente del SIM, il Servicio de Información Militar, di fatto l’intelligence della Repubblica. Girava voce che avesse torturato alcuni prigionieri. Una voce che i franchisti si guardarono dallo smentire. Così l’impostore, pure riparato all’estero, usurpò i meriti sportivi del “Crack”, affibbiandogli la responsabilità delle torture.

   Anni di disinteresse e oblio caddero sul vero Josep Gironés, che intanto in Messico lavorava presso una fabbrica di biscotti, e in patria era ormai quel lontano “pugile torturatore”. Morì oltreoceano nel 1982, senza aver, per scelta sua, mai più rivisto la moglie e la figlia. Solo ricerche recenti di un giornalista avrebbero definitivamente riabilitato la sua memoria; da qui, la targa che stavo guardando in Carrer de la Llibertat, e che sto guardando ora, attraverso il velo opaco della memoria.

   Ma mentre camminavo per Barcellona, visitavo stanze, imparavo la storia del “Crack” e altre storie, ogni passo era una conferma.
   Avrei potuto scegliere una destinazione diversa, per lo stage. C’era roba in Francia, in Germania. Invece ero a Barcellona per un motivo solo.
   Manuel Vázquez Montalbán. Manolo.
   Trovai un cesso di stanza in Carrer del Call, nel Barri Gòtic, a pochi metri dalle Ramblas. Però la casa, che era gialla e fredda come una vecchia matrona, aveva un terrazzo condominiale da spettacolo. Si potevano ammirare i profili della basilica di Santa Maria del Pi e della chiesa di San Jaume. Passavo mezzore a guardare il convoglio multicolore dei turisti che deragliava nei mille viottoli sotto di me.


   Cominciai a lavorare, inoltre.
   La scuola di lingue era diretta da una ragazza pugliese tanto limitata quanto perfetta per la propria mansione direttiva. Insieme a me, alla reception, c’era una napoletana piccola e scura, con due splendide labbra che parevano modanature d’ebanista. Era fuggita da Napoli, mi confidò, per liberarsi di un fidanzato pazzo che l’aveva iniziata alla cocaina. Adesso era tutto okay, sì che stava benissimo, proprio senza problemi, mi disse prima di chiedermi se sapevo dove comprare della coca. Ma, davvero, guizzi folklorici a parte, questa napoletana era davvero una brava ragazza.
   Il lavoro, invece, era noioso.
   Telefono. Parlare inglese. Parlare spagnolo. Email. Stampare testi in inglese/francese/spagnolo/catalano/italiano/tedesco. Caricare files mp3 su chiavette che gli allievi si portavano nella sala-ascolto prima di passare alla parte dialogata della lezione con professori madrelingua.
   Gli studenti, gente di tutte le età, arrivavano ad ogni ora, costantemente, come una catena di montaggio. Divennero presto volti intercambiabili.
   Con qualche eccezione che ricordo bene. Una ragazza sulla ventina con – chiedo scusa, ma è la verità – due tette prodigiose. Un papà, faccia da imbecille benestante, che voleva pagare col bancomat le lezioni della figlia e io non sapevo far funzionare la stronzissima macchinetta del bancomat. Un signore russo che proprio non ci credeva che mi chiamassi Ivan – «Ma non sei italiano?»  –; parlava solo russo e violentò la mia scarsissima conoscenza di questa lingua trascinandomi in conversazioni interminabili, nelle quali riuscii a capire che era un panettiere, e che stava studiando catalano, il che mi chiarì che doveva essere un uomo di grande intelligenza sociale, dal momento che era venuto in una delle terre più orgogliose delle proprie origini linguistiche e culturali del mondo, e aveva intuito che, per gli affari, a Barcellona, parlare catalano gli sarebbe servito molto di più che parlare castigliano, perlomeno sul lungo periodo. Un ragazzo altissimo che assomigliava a un tizio del mio liceo. Un ragazzo basso che piaceva molto alla collega napoletana.
   Il lavoro era meccanico, ma richiedeva comunque una certa prontezza di spirito – visto che niente andava mai come doveva, c’era sempre qualche rogna da aggiustare – ed è la combinazione peggiore. Perché un conto è un lavoro meccanico in cui la testa può vagare mentre le mani vanno; e un conto è un lavoro intellettuale dove le sinapsi sono costantemente stimolate. Ma un lavoro alternato che ti accende e spegne il cervello, presto o tardi te lo fulmina. Cominciavo a odiare gli studenti, la pugliese, anche un po’ la napoletana, ovviamente non per colpa loro. Come a molti, a me non piace odiare. Una rapida riflessione mi catapultò in strada, poco tempo dopo, un saluto senza rimpianti all’escuela de idiomas.
   Il che ci porta, in una ringkomposition parziale, all’incipit e a San Filippo Neri, e alla ragazza col vestitino nero. La mancanza di occupazione mi spingeva nelle università per quella storia della novela negra, ma, come detto, senza convinzione.

   Avevo l’affitto disgraziatamente già pagato per un tot. Niente lavoro, una rubrica di contatti per bere la sera. La stanzetta al Gòtic. La macchina fotografica, soprattutto.
   Mi alzavo la mattina e andavo a scattare. Barcellona credo di averla fatta a piedi e fotografata più o meno tutta. Così ho scoperto quanto sia piccola e bugiarda. Quanto sia paese, anche se si spaccia per metropoli internazionale. Come ti confonda con le mille lingue, quando l’unica cosa che conta davvero è l’odore del mare e quel bianco di panni che scudiscia quell’azzurro del cielo. All’epoca mi pareva proprio che Barcellona volesse fare difficili le cose semplici.

   E sulle Ramblas incontravo Manolo.

   «Finalmente hai finito con le stronzate,» mi dicono i baffetti «adesso siamo solo io e te».

   Io, te, e Barcellona.

   Un’ombra, una voce: «Vaffanculo il lavoro».

   Mi giro. Tra la folla delle Ramblas, la schiena curva di un uomo che si allontana, l’andatura dinoccolata. Pepe Carvalho aspirato dalla calca.

   Ho conosciuto i libri di Manuel Vázquez Montalbán da adolescente.

   Un’amica di mia madre ce ne aveva regalati sette o otto, non so più perché. Li avevo guardati sullo scaffale: le edizioni colorate dell’Economica Feltrinelli. Poi una sera ne presi uno a caso. Era Il labirinto greco. Forse lo finii la notte stessa.

   La vicenda era piacevolmente imperfetta. Anche l’indagine era imperfetta. C’era una montagna di non detto, storie pregresse. Solo dopo averlo finito mi resi conto che era piuttosto in là nella cronologia delle avventure di Carvalho. Eppure aveva smosso qualcosa, una lacrima di cristallo che mi era rimasta nell’occhio. C’era una direzione poetica. Una grandezza che volevo toccare, in qualche modo. Il dolore del protagonista, la sua ironia. La relazione stanca con Charo, la prostituta che lo ama e lo sopporta. Biscuter.

   Là sotto si agitava un universo che avevo imboccato dall’ingresso sbagliato. Quindi lessi gli altri.

   E adesso sono ancora fisso lì sulle Ramblas. I turisti starnazzano in infradito.

   Non toccano me, non toccano Manolo e non toccano Pepe. Magari non toccano nemmeno Barcellona.

   Allora è giusto così: «Vaffanculo il lavoro».

CONTINUA...

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