3/8/2016

 UN INCREDIBILE VOLO PINDARICO. COME LUCIA GORACCI E TAYYP ERDOGAN POSSONO PORTARE AD ANDRIJ SHEVCHENKO, ANDREA MARIA DUSL, NIKOLAJ OSTROVSKIJ, ZHANG YIMOU E ALLA VECCHIA INFATUAZIONE PER UN PAESE MAI VISTO

 

L’altra sera guardo il tg di La7. A un certo punto Enrico Mentana si lancia in lodi sperticate nei confronti di Lucia Goracci, giornalista di Rai News, per l’intervista in esclusiva ottenuta col premier turco Erdogan, intervista nella quale Erdogan in effetti le spara veramente grosse. Beh, sì, bello scoop giornalistico, niente da dire.

   Occhio, però, ché qui comincia il volo pindarico transoceanico.

 

   Io, Lucia Goracci, me la ricordo qualche anno fa, quando era inviata in Ucraina, dopo la rivolta di Maidan. Quella rivolta che, va bene, sembrava di popolo vista da fuori, e magari in parte lo era, ma poi emerse - non sui media mainstream – che in piazza il monopolio delle azioni di guerriglia ce l’avevano gli squadroni neofascisti e neonazisti di Svoboda e Pravy Sektor, gente che aveva contatti con l’ultradestra americana, con tanto di foto che provano incontri tra il senatore McCain e i leaders di questi movimenti.

   In quei giorni si parlò di cecchini della polizia ucraina che sparavano sulla folla inerme. In un’intercettazione telefonica Urmas Paet, ministro degli esteri estone, rivelò a Catherine Ashton, responsabile della politica estera europea, che i cecchini invece stavano esattamente dalla parte opposta.

   Come è noto, alla fine della danza macabra e della “rivoluzione” di Maidan divenne presidente Petro Poroshenko, il “re del cioccolato”, l’uomo che già nel 2006 veniva definito in un cablogramma statunitense pubblicato da Wikileaks un «insider», un infiltrato, del Dipartimento di Stato americano.

   Si potrebbe continuare, ma basta semplicemente fare un giro, ragionato, su Google News.

   Comunque, tornando alla Goracci, lei e molti suoi colleghi in quel magma torbido che è stato Maidan si erano fermati alla primissima parte, ovvero il bidet d’oro di Yanukovych e la “rivolta di popolo”; questa rivolta non dicevano che sembrava: dicevano che era.

   Qualche tempo dopo, nel 2015, la Goracci si spostava alcuni chilometri ad Est rispetto a Kiev e narrava entusiasticamente dei giovani del Battaglione Azov, che si recavano nel Donbass per pacificarlo dopo che la minoranza russa si era opposta al nuovo stato di cose. Parlava nel suo giubbotto antiproiettile e intanto scorrevano le immagini ufficiali del Battaglione Azov, con tanto di logo, come fossero della CNN. Come fosse normale che la Rai utilizzi delle immagini di propaganda di un’organizzazione militare di ispirazione neonazista, senza che la cosa sia minimamente segnalata. Dell’episodio scrisse anche Vauro sul Fatto Quotidiano.

 

   Mentre Erdogan parla, incomincio un po’ a innervosirmi; non tanto per quello che dice il Sultano, quanto perché ancora sono lì che mi rivedo la Goracci che fa passare in video le immagini dei neonazisti ucraini.

   Occhio, qui non c’è il volo pindarico, ma un semplice collegamento logico.

 

   Goracci – Neonazisti ucraini – Massacro di Odessa.

   Il 2 maggio 2014 sto guardando sempre il tg di Mentana, solo che stavolta Mentana non c’è, ma c’è una tizia di cui non ricordo il nome. Dice: «A Odessa è scoppiato un incendio alla Casa del Sindacato. Sembra che l’incendio sia accidentale. Alcune fonti invece riferiscono che potrebbe essere stato appiccato dagli stessi occupanti dello stabile». Bei cretini, penso: fiondarsi dentro un palazzo per poi dargli fuoco. Nei giorni successivi la notizia non viene ripresa quasi da nessuno, perlomeno in televisione, che poi è dove conta di più, almeno in Italia.

   Dopo qualche ricerca su internet, scopro che i fatti sono diversi. Squadroni organizzati di ultras destrorsi e di nazistoidi sono scesi a Odessa, il 2 maggio. Quelli che sono bruciati nella Casa del Sindacato erano per la maggior parte sindacalisti o membri del Partito Comunista Ucraino. Sono stati spinti a forza nel palazzo dagli squadroni, che poi hanno appiccato il fuoco.

   In realtà, neanche questo è del tutto corretto. Foto e i video dimostrano che i banderisti – si chiamano così i fascisti ucraini, in onore di Stepan Bandera – si sono scontrati coi sindacalisti sul piazzale antistante, li hanno costretti a ritirarsi nella Casa del Sindacato, hanno sfondato il portone, sono entrati, hanno gettato la benzina in faccia a tutti quelli che incontravano e hanno dato loro fuoco. Ci sono cadaveri carbonizzati per metà: solo volto e busto. C’è una donna incinta, anche lei bruciata a metà, che la rigidità catalettica ha pietrificato con le gambe divaricate, e non è difficile immaginare per quale ragione. Quelli che non riescono a prendere, i banderisti cercano di asfissiarli dando fuoco a tutto l’edificio. Alcune persone si rifugiano sui cornicioni. Dalla piazza, fascisti armati di pistole li prendono di mira, come fossero al tirassegno. Molti, esausti e intossicati, si gettano dalle finestre. Vengono finiti a colpi di mazza.

 

   A questo punto Erdogan ha ormai finito di parlare e Lucia Goracci gli fa un sorrisetto un po’ tirato, perché, per Dio, è la giornalista della democrazia occidentale di fronte al tiranno. Io però ormai sono incazzato completo. Mi sono ricordato, nel frattempo, che i fatti di Odessa e la loro trattazione mediatica sono stati il più grande scandalo al quale abbia dovuto assistere negli ultimi anni. L’avevo dimenticato e questo mi fa arrabbiare ancora di più. Una ferita nel cuore dell’Europa. Un pogrom in piena regola, del quale molti, probabilmente, nemmeno sono a conoscenza.

   Adesso, la parte buona del volo pindarico.

   Quando un sisma profondo smuove le acque, viene a galla un po’ tutto, il buono e il gramo. Mentre intanto Mentana passa ad altro e lascia indietro la coppia Goracci-Erdogan, la vicenda di Odessa a cui sto pensando, tutta negativa e detestabile, mi ricorda in una sorta di nemesi anche la vecchia fascinazione per l’Ucraina, tutta gioiosa e profonda, che ho coltivato negli anni passati, molto prima di Maidan, ma anche prima della “rivoluzione arancione”. Per una serie di ragioni.

   In principio fu Shevchenko. Sarebbe bello dire Taras, ma in realtà si tratta di Andrij, il centravanti. L’unico calciatore che io abbia mai veramente amato, insieme a Roberto Baggio. L’ho seguito in molte partite e in molte vittorie, ma c’è un momento che mi è rimasto impresso. Lo ricordo a 33 anni, nella fase discendente della sua carriera – tornato apposta al Milan dal Chelsea per disperazione, ma poco impiegato dall’allenatore, che non lo voleva – in un Milan-Lazio di Coppa Italia. Lo stadio era gelido e deserto; bastava alzare un po’ la voce per farsi sentire. Era a centrocampo, esattamente davanti a me, impegnato in un contrasto e io lo incitai, sgolandomi. Lui partì e andò a segnare. Il Milan perse la partita.

   Poi c’è un film che si chiama Blue moon, della regista austriaca Andrea Maria Dusl, con Josef Hader e Victoria Malektorovych. È ambientato appunto in Ucraina, a L’viv, Leopoli, ed è un film veramente molto bello, semplice e intelligente. La storia d’amore tra un disperato e una tassista ucraina con una vita oscura alle spalle e una vita doppia nel presente. E si conclude a Odessa. Purtroppo non è facilissimo riuscire a trovarlo.

   Tre. Come fu temprato l’acciaio, di Nikolaj Ostrovskij. Si tratta di un libro, ultranoto in URSS, che in Italia ebbe una sola grande edizione nel 1949 (Mondadori), poi praticamente più nulla, se non un’edizioncina nei primi anni Settanta di “Servire il popolo”. È un grande romanzo storico, ambientato, ancora, in Ucraina negli anni della guerra civile tra russi bianchi e rossi. Ne possiedo un’edizione preziosissima, la prima mai stampata in Italia, nel 1945, appena dopo la Liberazione, prodotta da una anonima tipografia milanese.

   Per finire, Zhang Yimou. Un cineasta cinese non c’entra niente con l’Ucraina, apparentemente. Sì e no. Uno dei più grandi film di Zhang è La foresta dei pugnali volanti, a dispetto del titolo “alla Jackie Chan”. Una tragedia classica in piena regola sul conflitto tra ragion di Stato e ragioni personali. Sebbene la storia si svolga nella Cina del IX secolo, i campi lunghi delle distese di grano mosse da un’onda metacronale di vento sono stati girati in Ucraina.

   È anche attraverso quelle immagini che ho sentito a lungo un richiamo verso questo Paese; ed è pensando a quelle immagini che mi dimentico di Lucia Goracci e Tayyp Erdogan.