7/1/2017

PINO

 

Martedì 13 dicembre, verso l’ora di pranzo, se n’è andato Giuseppe Sacchi. Il giorno di Natale avrebbe compiuto 99 anni.

 

   Spiegare quello che Pino è stato per me è molto difficile, perché ciò che mi resta di lui non abita nella terra delle parole. Posso solo dire che le cose importanti che credo di aver capito della vita, quelle che resteranno buone per sempre, le devo sostanzialmente a tre persone: mio padre, mia madre, e Pino Sacchi. Quali siano gli insegnamenti che da Pino ho ricevuto, invece, è affare molto personale, che non credo sia giusto condividere.

 

   Pino è stato un uomo fuori dall’ordinario. Perlomeno questa è l’impressione che ha fatto a me. Persone come lui non ne avevo mai incontrate prima e non so se ne incontrerò ancora.

   Chiacchierando, nei pomeriggi passati assieme, sapeva tirare fuori storie incredibili, che raccontava con la semplicità di chi le cose le ha vissute e non ha bisogno di infiocchettare la realtà. Come quando, a vent’anni, assieme a dei commilitoni, all’epoca del servizio in Marina, si ritrovò in un tabarin etiope – mi pare di ricordare che il nome fosse La stella del sud – con le entraîneuse che gli sedevano sulle ginocchia e gettavano panetti di hashish sui caldani accesi.

   Oppure quando in un pomeriggio di libera uscita, con un altro marinaio comunista, salirono clandestinamente a bordo di un incrociatore sovietico per farsi portare in URSS come prigionieri politici e liberarsi così dal laccio del fascismo, che sapevano attenderli a casa. I marinai russi dissero loro che non era possibile e li fecero sbarcare.

   O di come fosse sceso nella sala macchine della «Littorio» per non assistere al comizio di Mussolini sul ponte della nave, durante la Seconda Guerra Mondiale. Oppure quando, durante il siluramento della corazzata, mentre tutti scappavano terrorizzati, sul pavimento della cambusa vide un libro e non resistette alla tentazione di raccoglierlo: era Furore di Steinbeck.

   O come fosse scampato alla morte, dopo l’8 settembre, fuggendo dal magazzino di Livorno in cui i nazisti lo avevano rinchiuso in attesa di mandarlo in campo di concentramento, e avesse marciato per settimane nelle campagne toscane fino a Pontedera, dove poi, travestito da ferroviere, riuscì a montare su un treno e a tornare a Milano per entrare nella Resistenza.

   Oppure poteva raccontare di quando, a seguito di una delazione, le camicie nere lo incastrarono in un bar dalle parti di via Tertulliano, ma lui riuscì a fuggire dal retro, scappò nei campi – e quelli dietro – corse a perdifiato, – e quelli dietro – si tuffò in una roggia, esausto scalpicciò nell’acqua per farsi individuare e sparare addosso ed evitare così di essere catturato, torturato, e di rivelare dunque qualcosa sui compagni in clandestinità, ma i neri l’avevano perso e si era ritrovato da solo nei prati imbiancati dalla bruma di ghiaccio, e aveva continuato nell’acqua gelida che gli arrivava alla gola, fino a quando la roggia entrava nei sotterranei della Redaelli, e lì gli operai l’avevano raccolto e nascosto.

   O quando, molti anni dopo – era già da segretario della Fiom – uno dei fascisti che nel ’31 avevano pugnalato a morte suo fratello Luigi gli chiese udienza, ma la sua segretaria lo respinse categoricamente. Pino se ne dispiacque. «Avrei voluto incontrarlo. Per parlargli. Volevo capire».

   O quando si mise a spingere un fuoristrada impantanato nella sabbia del deserto insieme al presidente della Repubblica Socialista Kazaka. E qualche giorno più tardi passò una notte intera a discutere di politica con Kruscёv, nella dacia del leader sovietico.

   Si potrebbero riempire pagine e pagine con storie del genere.

 

   Ho conosciuto Pino nel 2011. Siamo rimasti in contatto abbastanza stretto per più di cinque anni. Solo quando ho finito la sua biografia gli ho chiesto il permesso di potergli dare del tu, e me l’ha accordato con entusiasmo. Posso dire che io e Pino eravamo amici. Ogni volta, davvero ogni volta, mi chiedeva: «I tuoi come stanno?», o mi diceva «Salutami tua mamma», oppure «Come sta la francese? È bella, hai scelto bene.»

   Ultimamente stava peggio e sentivo che ricevere visite gli costava fatica, quindi per non infastidirlo mi limitavo spesso a delle telefonate. Come sempre accade, è chiaro, adesso me ne pento, e penso che forse avrei dovuto forzare e passare più tempo con lui. Il fatto che stesse per arrivare ai cent’anni mi ha illuso che ne avesse davanti altri cento. Sono discorsi che ovviamente ora non hanno più senso, eppure faccio fatica a scacciarli dalla testa.

   Parlando dopo la sua morte con i parenti, che non avevo mai conosciuto prima, mi sono reso conto di quanto Pino mi abbia lasciato avvicinare alla sua vita, e di quanto questo fosse inusuale per un uomo del suo carattere. Ne sono onorato e non lo dimenticherò mai.

 

   Pino era nato nel 1917 a Robbiano di Mediglia, in campagna, penultimo di dieci figli. Il padre lavorava come mugnaio in una cascina. Sebbene abbia lasciato Robbiano già all’età di cinque anni, abbia lavorato in fabbrica, sia diventato uno dei dirigenti sindacali più importanti d’Italia, e abbia girato il mondo in lungo e in largo, qualcosa di quello spirito contadino gli è rimasto dentro. Il primo ricordo in assoluto della sua lunga vita, me l’ha detto spesso, era questo: le oche scappate dalla stia che lo inseguono per beccargli il culo, lui che ha tre anni e scappa inciampando nel fango, sua madre che esce di casa con la scopa in mano e scaccia le oche.

   Qualche settimana prima di morire, Pino ha chiesto che gli fosse portato il dvd de L’albero degli zoccoli di Olmi. Quando l’ha ricevuto era molto contento. So che negli ultimi giorni l’ha visto e rivisto in continuazione, anche dal letto in cui era obbligato. È come se sia voluto andare a ritroso fino allo spirito contadino che l’aveva partorito. Come se, a 96 anni da quelle oche che lo rincorrevano, a quelle oche volesse tornare.

 

   Buon viaggio, Pino. Adesso c’è Assunta con te e vedrai che i 71 anni che avete passato insieme non sono nulla se paragonati a quello che avete davanti.

 

Ti abbraccio per sempre,

Ivan