21/5/2020

MAPPARE LE NUVOLE (PRIMA PARTE)

 

Intro

David Mitchell scrisse Cloud Atlas più di 15 anni fa. L’Atlante delle nuvole – un paradosso, perché non si può disegnare una mappa di ciò che la natura ha condannato al movimento – è un libro sul destino del genere umano.

   C’è un filo di responsabilità che s’infila nell’ordito delle vite di personaggi lontani secoli. E le lega indissolubilmente.

   Niente è stabilito, prima delle nostre azioni. Il male di oggi condannerà qualcuno domani. Il bene di oggi salverà qualcuno domani.

   C’entra con il virus? Un po’ sì.

   Col suo libro Mitchell dice due cose. Uno: il comportamento di ognuno incide sulla sopravvivenza degli altri. Due: la realtà è un moto costante, come le nuvole.

   Durante il confinamento sociale, il tempo è diventato vischioso. Difficile lavorare e leggere, doloroso pensare. Abbiamo vissuto in una bolla di eterno presente: così lontani dalla normalità del passato ante-virus, messi davanti a un futuro che si è trasformato in un banco di nebbia.
   Abbiamo scoperto – o ricordato, forse – che non si può esistere, se non in una comunità.
   Ho provato a rivivere queste settimane, e a scriverne, secondo un ordine cronologico, ma anche per temi. I piccoli capitoli che seguono sono solo alcune delle nuvole che abbiamo attraversato, o che hanno gettato la loro ombra su di noi negli ultimi tre mesi.
   Durante la pandemia tutto è mutato rapidamente. Il cielo ha cambiato faccia; noi abbiamo cambiato opinione da un giorno all’altro. Paranoia, speranze, paure si sfilacciavano e riassemblavano sopra le nostre teste.
   Le nuvole possono essere classificate secondo la loro forma: stratocumuli, cirrocumuli, altostrati, nembostrati, cumulonembi, cirrostrati, altocumuli. Ma sono definizioni labili, pronte ad essere spazzate via al primo respiro del vento.
   È impossibile fermare le nuvole su una mappa, ma proviamoci lo stesso.

Musi gialli

In principio furono i cinesi.

   A fine gennaio leggevamo con disinteresse le notizie provenienti da Wuhan. Qualcuno rideva. Poi, il 30, quei due turisti cinesi malati di Covid allo Spallanzani di Roma.

   Una paura ancora scettica ha cominciato a serpeggiare. Si è trasformata in discriminazione. Ecco gli untori. Ecco il Virus Cinese.

   Televisione e giornali hanno diffuso il mantra: «Pechino è una dittatura. Ha mentito sul Coronavirus perché lì non c'è la libertà di stampa. Per questo hanno avuto tutti quei morti, e magari adesso ci andiamo di mezzo anche noi».

   Come italiani ed europei dovremmo essere più attenti a maneggiare il concetto di democrazia. Da circa dieci anni in Italia manca un governo che rispecchi il mandato elettorale. Il dibattito politico è di infimo livello e squalifica le idee. In Italia muoiono più di 1000 persone l'anno sul posto di lavoro. Milioni di giovani lavorano con contratti precari, o senza contratto, e vivono nell'impossibilità di realizzarsi come individui.

   Io non lo so se questa è democrazia.

   Il governo cinese ha sigillato una città di 11 milioni di abitanti. Ha costruito ospedali in una settimana. Ha parlato chiaro alla sua popolazione: questa è una minaccia letale, ma insieme la possiamo sconfiggere. I cinesi hanno dimostrato coesione e responsabilità. Tali sforzi – lo ha riconosciuto la rivista scientifica Lancet – hanno salvato migliaia di vite.

   Il senso di appartenenza dei cinesi alla propria collettività è sorprendente. Ed è la loro forza. Me ne resi conto sette anni fa a Pechino, sulle alture del parco Jingshan, a nord della Città Proibita.

   Centinaia di persone si ritrovavano per cantare canzoni tradizionali. Era riconoscimento di sé stessi. Era manutenzione delle radici di una comunità.

   Il sentimento è così profondo che i negozianti cinesi in Italia hanno chiuso le proprie attività ben prima dei decreti del governo. Cioè: hanno applicato le regole di profilassi cinesi, anche a diecimila chilometri di distanza.

 

   L'Italia, invece, non è uscita dalla dimensione comunale. Niente ti riguarda finché non ti tocca personalmente. Ai primi di marzo, le reazioni isteriche per il rientro al sud dalla Lombardia dell'emigrazione interna lo hanno dimostrato. Siamo subito pronti a innalzare barriere di qualsiasi tipo. Regionali, con picchi neoborbonici ridicoli: per alcuni il virus ha cambiato passaporto, da cinese a lombardo. O generazionali: me ne frego delle precauzioni, tanto crepano solo i vecchi.

   Sprofondi il mondo, purché il mio orticello resti intatto.

La pancia degli italiani

18 febbraio/Codogno/tragedia: si è ammalato un italiano. Ehi, chiamiamolo Paziente 1. Da quel momento il virus diventa un problema nostro.

   I Media hanno approcciato la vicenda dimostrando schizofrenia.

   La prima fase è stata quella del Terrore, allora ancora sproporzionato alla minaccia. Sono fioccati gli speciali televisivi. Le biografie delle prime vittime, in barba alla privacy. Immagini sulfuree e semoventi della molecola del virus. Immagini ossessive degli sbarramenti di polizia alle vie d’accesso alla Zona Rossa. Benzina sulle fiamme della paranoia.

 

   La seconda: Minimizza o muori. E qui giornali e tv hanno deriso le persone che loro stessi avevano contribuito a terrorizzare, poco prima. Ricordo un “reportage sul campo” da Milano in cui si prendevano per il culo quelli che andavano in giro con la mascherina. Veniva citato un insegnante che ai propri alunni aveva detto: «Ma sì, state attenti, non fatevi scatarrare in faccia e tutto andrà bene».

   Si è poi cominciato a calcare la mano sull’età dei deceduti, lasciando intendere che il virus uccideva solo gli anziani. Un articolo online titolava: «Coronavirus, l’Istituto Superiore di Sanità: “Solo 12 le persone decedute senza patologie pregresse”». Se ne poteva dedurre che, in quel momento, la stragrande maggioranza dei morti fossero anziani già malati d’altro. Invece no. Vai a leggere e scopri che il campione d’analisi era solo il 17,7% del complessivo. Statisticamente irrilevante.

   Nel frattempo, nonostante il clima di ridimensionamento e il focus sugli anziani, quasi nessuno ha resistito a una tentazione. Schizofrenia: esponiamo il corpo del giovane Paziente 1.

   Mattia. Ha solo 38 anni. È alto 1 e 90. È un bel ragazzone, è atletico e fa sport, e quei capelli sale e pepe gli danno un non so che. La faccia gliela oscuriamo, ma immaginate il suo corpo tonico che lotta per la vita, ragazze. Pensi, signora, aspetta anche una bambina, non le pare commovente? Mentre questo poveraccio era in coma, le sue membra si trasformavano in feticci mediatici, fondendo informazione e pornografia.

   Dunque, terza fase. In corrispondenza dei primi provvedimenti di lockdown occorreva convincere le persone a rimanere a casa. Schizofrenia: ritorna la paura. Articoli e servizi a pioggia su bambini e ragazzi morti di Coronavirus in giro per l’Europa. Cittadini, contrordine, non schiattano solo gli anziani, ricominciate pure a terrorizzarvi.

   Al contempo, bisognava dimostrare che i provvedimenti funzionavano, prove alla mano. Ecco quindi le immagini delle città vuote. Le parole si possono razionalizzare, le immagini strisciano nel ventre emotivo. Impressionano e persuadono la Pancia degli Italiani.

   Domenica 8 marzo il sito internet di un quotidiano nazionale diffonde un video girato da un drone. Si mostrano sequenze di un’area periferica di Milano. Vediamo solo una strada a scorrimento veloce, semideserta. Impossibile scorgere persone in giro. Non ci sono marciapiedi, d’altronde. È domenica. Sono le sette del mattino.

 

   Con l’aggravarsi della regressione economica dovuta al lockdown, l’esigenza primaria del governo – ma soprattutto degli industriali – è diventata riaprire le attività chiuse e tornare a produrre. Via con la quarta fase, altra schizofrenica capriola: siccome la gente dovrà uscire di casa per riprendere posto al lavoro, si torna a minimizzare.

   Qui comincia un gioco semantico e matematico nel presentare all’opinione pubblica i numeri del contagio. Guariti e dimessi vengono accorpati (lo fa la Protezione Civile, non i media), anche se non indicano lo stesso gruppo di persone. Il guarito ha superato la prova dei due tamponi negativi; il dimesso ha sintomi lievi, o non ne ha più, e viene rimandato a casa in isolamento, ma spesso è ancora contagioso. Anzi, la vicinanza domestica potrebbe infettare i parenti. Un dato positivo che ne cela uno potenzialmente negativo, insomma. Ma assommare i dimessi ai guariti permette di gonfiare il numero più benaugurante e preparare il terreno alla riapertura delle attività produttive.

   Intanto la cifra più sconvolgente, quella dei contagiati totali dall’inizio della pandemia, comincia a scivolare dai titoli al sommario, sino al fondo degli articoli. Si parla piuttosto di attualmente positivi. L’ammontare è, chiaramente, inferiore. Il conto giornaliero funziona così: vengono aggiunti i positivi dei nuovi tamponi, ma vengono sottratti guariti e morti di giornata. Con questo artificio si abbatte e mette in ombra l’aumento netto dei positivi, sì con un dato che fa ben sperare, quello dei guariti, ma anche con un indicatore tragico, quello dei morti. Ancora: un numero spacciato per positivo ne cela uno negativo.

   È ragionevole attendersi che questa struttura comunicativa a fisarmonica sia destinata a replicarsi sino alla fine della pandemia, in base al suo andamento.

   Da tempo gli organi d’informazione soffrono di una malattia, che chiamerei la Sindrome di X-Factor. Dare un giudizio immediato di un evento, qualsiasi evento. Senza riflessione, senza profondità.

   Il punto non è presentare la sequenza nuda degli avvenimenti, ma fornire un’interpretazione, perlopiù infondata. Sparare, letteralmente, opinioni. Questo perché si parte dal presupposto che chi legge non sia in grado di rielaborare in autonomia i fatti, o non ne abbia il diritto.

   Ci sono molti giornalisti bravi, ne conosco alcuni di persona. Ma le responsabilità dei media nella diffusione del morbo della paura è stata decisiva. Il continuo aprire e chiudere il gas, i cambi di rotta, l’approssimazione, non solo hanno disinformato, ma hanno generato angoscia.

   La stampa a volte ha rincorso clic facili e sensazionalismo, a volte ha puntellato i provvedimenti governativi. Lasciando indietro il proprio compito, quello di informare.

   Una riflessione seria sul tema andrebbe fatta. Alla fine della tempesta.

Lo stomaco dei Media

E ora una nuvola che sembra fuori posto. Invece io credo che sulla mappa ci stia eccome.

   Li incontriamo quando scorriamo la pagina web di un giornale. Spazi pubblicitari/annunci/video di sponsorizzazione. Li guardiamo, li notiamo appena, non li vediamo, o pensiamo di non vederli.

   Esiste una casistica enorme. Banneristica statica: riquadri 300x250 pixel; 300x600; masthead (la fascia in cima); skin (quel ferro di cavallo che recinta la pagina internet, sopra e ai lati); rich media, ovvero banner fatti su misura. Banneristica animata, cioè gif e insegne semoventi. Video. E fra i video: filmati preroll, che cominciano prima del contenuto multimediale del sito d’informazione; filmati midroll, che partono a metà; endroll, che iniziano alla fine del contenuto.

   Ci sono creature pubblicitarie che si adattano a noi. Che cercano una forma di convivenza col nostro organismo. Come i virus. Si tratta della cosiddetta formula native. Sono banner inseriti in mezzo a un articolo (inread). O sono strumenti widget, quei piccoli riquadri in fondo alla pagina introdotti da formule tipo “consigliato per te” o “potrebbe interessarti”, che quasi sembrano link a un altro articolo pertinente, e invece no.

 

   Quotidianamente facciamo tutti conoscenza con questi animali luminescenti. Non tutti però sanno come quegli annunci sono finiti . E come mai quell’annuncio lo stiamo vedendo noi.

   Ora, i giornali online vogliono vendere spazi pubblicitari per guadagnare. Le aziende vogliono promuoversi su tali spazi.  È difficile che la contrattazione avvenga fra le due parti, direttamente. Subentrano degli intermediari. I giornali si affidano alle concessionarie di pubblicità, le aziende alle centrali media. Sulla base delle rispettive esigenze, e degli investimenti, gli intermediari collocano gli avvisi pubblicitari.

   Ciò avviene, per così dire, manualmente. A volte. Altre volte subentra una tecnologia specifica, il metodo Programmatic. Le aziende indicano il proprio target, i lettori/consumatori che vogliono intercettare, e l’area geografica. Stabilito quello e altri parametri, un algoritmo smista gli spazi pubblicitari in forma automatica, sulla base di un’asta.

   Di solito la campagna pubblicitaria di una grande impresa non si limita mai a qualche banner. È una strategia composita che include banner fissi e mobili, video, altri strumenti. Un’azienda affermata può spendere 50.000 €, e anche più, su un solo giornale online.

   Il prezzo dipende dal traffico del sito internet, dalla posizione del messaggio pubblicitario, dal numero di persone che si vogliono raggiungere.

   Ma la regola aurea è: non contano dimensione e quantità/conta la precisione.

 

   Quando io arrivo sul sito di un giornale, ci arrivo con un’identità piuttosto precisa. Il sito sa, più o meno, quanti anni ho, da dove vengo e cosa mi piace. Quindi mi mostra contenuti pubblicitari attinenti, diversi da quelli degli altri.

   Il costo della campagna si modula sulla profilazione del cliente, la targetizzazione. Paradossalmente costa di più a un supermercato di zona promuoversi fra gli utenti che abitano nel quartiere, piuttosto che alla grande azienda dolciaria acquistare banner su tutto il territorio nazionale per lanciare i nuovi biscotti.

   Il punto è evitare la dispersione del target. I biscotti li può vedere anche un diabetico. Il supermercato lo vedrà solo uno che abita lì a fianco.

   È la logica del cecchino: un colpo, un morto. Generare clic sicuri, ottenere acquisti sicuri.

   È un sistema molto raffinato, pieno di tecnicalità. Ed è, inoltre, la fonte di sostentamento principale delle testate d’informazione online.

   Esiste da sempre un rapporto fra pubblicità e informazione, anche prima di internet. È chiaro che il tale quotidiano intervisterà più facilmente l’amministratore delegato della tale azienda, se detta azienda investe cifre cospicue nella pubblicità sul giornale. Lo stesso vale per l’informazione web.

   Altre volte, soprattutto sui portali in rete, aziende e giornali concordano dei promo redazionali. Articoli apertamente sponsorizzati, nei quali compare il nome dell’azienda, anche se il pezzo ha un taglio di cronaca. Esempio: la compagnia ferroviaria inaugura una nuova tratta/ecco una serie di 5 articoli “di costume” sulle città che vengono toccate/il nome della compagnia ferroviaria fa capolino un paio di volte ad articolo.

 

   C’è quindi una saldatura biologica fra informazione e pubblicità. Questa relazione, di per sé, non avrebbe nemmeno effetti tragici. Se tenuta entro certi limiti.

   Ma come un virus che cambia, l’esplosione degli artifici pubblicitari web sui siti d’informazione ha mutato il codice genetico dei quotidiani online. Ha spinto il sistema troppo oltre.

   Tornando al filmato ripreso dal drone sopra Milano, è chiaro che non avesse alcun interesse giornalistico. Ma il titolo a sensazione, le immagini, l’impatto emotivo assicuravano elevati contatti e quindi guadagni dal video pubblicitario in preroll. Con una controindicazione: la diffusione del panico.

 

   Questo avviene sistematicamente. Su decine di siti d’informazione. Si sono addirittura studiati sistemi per spalmare una notizia su più pagine, con formule del tipo “continua a leggere”, così da moltiplicare i banner.

   È un meccanismo che spinge, per forza di cose, al sensazionalismo, all’immediatezza di un clic. E non si concilia con l’approfondimento. Tantomeno con la trattazione adeguata di una questione medica, come quella del Covid.

   Se l’informazione sul virus è stata angosciante, imprecisa, terrorizzante, confusionaria, cioè se non ha informato, ci sono anche ragioni economiche.

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