6/11/2019

LOS ANGELES/MILANO, DA NOIR A NOIR

 

La capitale del noir mondiale è Los Angeles.

   Questo perché la letteratura noir – o per meglio dire l’hard boiled – ha influenzato ed è stata influenzata dall’industria di Hollywood. E Hollywood è a Los Angeles.

   Fra gli anni Trenta e Sessanta libri e film noir si sono rincorsi, si sono specchiati gli uni negli altri, fino a creare un immaginario di fatto indissolubile. Leggere un romanzo noir americano di quegli anni significa visualizzare sequenze di un film noir americano di quegli anni. Spesso il contesto delle storie diventa implicito: in qualche modo lo sai già, lo hai già visto o letto altrove.

   La centralità di Los Angeles in parte è dovuta al caso. Gli studi cinematografici sono lì, semplicemente. Lì è più economico girare un film. Lì vengono ambientate le storie crime che, via via, su schermo o carta, conquistano sempre più il pubblico. Il resto lo fanno legge del mercato e ambizioni artistiche di scrittori/sceneggiatori.

   Poi Los Angeles è grande. Fra i meriti storici del noir c’è quello di aver rivoluzionato gli stilemi del giallo classico per piegarli a una critica e analisi della società. E le analisi sociali le fai più facilmente in un contesto complesso, non in un paesino di poche anime.

   C’è però un’altra ragione, e ha a che fare con il senso della letteratura più in generale.

   Uno dei motori della letteratura è il desiderio. Il noir non fa eccezione.

   Il protagonista desidera qualcosa. Il protagonista prova ad ottenerla. Il protagonista intraprende un sentiero morale/di eventi/narrativo. Il protagonista ottiene ciò che voleva, oppure no.

   Ovviamente Los Angeles è la città dei desideri. La gente vi affluisce per sfondare nel cinema. Per veder realizzati i propri sogni. Per fare soldi.

   Quando questi desideri, questi sogni, vengono traditi nasce la rabbia. Con la rabbia nasce il crimine. Con il crimine nasce il noir.

   Milano non è Los Angeles. È più piccola, anche se si atteggia a metropoli.

   Tuttavia, in Italia, è la città col tessuto sociale ed economico più complesso, e quindi interessante. È la città che più di tutte offre possibilità di lavoro e riscatto a chi viene da fuori.

   È anche una città che ha perso la propria identità. O meglio, ne inventa continuamente di nuove. Tradisce quelle vecchie. Se ne frega.

   A Milano trovi gente da tutte le parti d’Italia e del mondo. Qui ciascuno spera di cambiare la propria vita, o di provarci.

   Ascesa, quindi, ma anche caduta. Tradimento dei sogni. Quindi noir.

   Nessun altro posto nel nostro paese può essere più ambiguo e fornire uno sfondo e un’anima così chiaroscurali.

 

   Io sono nato a Milano e mi riesce difficile immaginare storie lontano da qui. È un fatto biografico e geografico, nulla a che fare con dei vezzi estetizzanti.

   Quando ho scritto Nel fuoco si fanno gli uomini, sapevo che Valtorta si sarebbe dovuto muovere a Milano. Sapevo che avrei sfruttato questa città. Amandola.

   Valtorta è nato nel quartiere di Corvetto, come me. Si tratta di un mondo a parte che ha visto avvicendarsi fabbriche, operai, proletariato, sottoproletariato, immigrazione, malavita. Cambi di identità/prospettive tradite/riscatto/violenza. Il noir, appunto.

   Corvetto mi garantiva un panorama per la formazione di Valtorta, un panorama che oltretutto conoscevo. Così come Milano sarebbe stata sufficientemente complessa e stratificata per la storia che avevo in mente.

   Sapevo che Milano era perfetta per un personaggio al limite. Sapevo che avrebbe tradito Valtorta, e sapevo che io e Valtorta avremmo tradito lei.

   È il nostro modo di volerci bene.