Per la prima volta ivanbrentari.com ospita parole non mie. Sono contento che questo accada con il Collettivo MetalMente.

   MetalMente è un agglomerato di operai, impiegati e attivisti sindacali metalmeccanici. Insieme a loro, a Wu Ming 2 e la Fiom di Milano, qualche anno fa abbiamo dato vita a un libro strano, che si chiama Meccanoscritto, e che era il tentativo di raccontare cinquant’anni di mondo della fabbrica, sotto forma letteraria e dall’interno.

   Meccanoscritto è stato recensito a ripetizione sulla stampa. Abbiamo attraversato l’Italia per presentarlo nel corso di un tour di più di 40 date. Dal libro sono germogliati ben due spettacoli teatrali: Meccanicosmo, scritto da me e Wu Ming 2 per il progetto “Ritratto di una nazione – L’Italia al lavoro” del Teatro Argentina di Roma; e “Workers”, una produzione del Teatro Popolare di Napoli.

   Nel frattempo MetalMente ha continuato a lavorare. Ha partecipato all’antologia Fuoco! (Red Star Press), ha pubblicato il racconto Hal sulla rivista “Luoghi comuni” edita da Castelvecchi, e ha scritto un bellissimo “Alfabeto del lavoro”, ancora inedito ma assolutamente originale e ben fatto.

   Ritengo MetalMente una delle cose più interessanti capitate alla letteratura italiana negli ultimi anni. Credo che non esista – sicuramente in Italia, ma forse anche nel mondo occidentale – una realtà organizzata di operai-scrittori in grado di produrre collettivamente manufatti letterari.

   Con L’ammortizzatore sociale, MetalMente accende i riflettori su una vicenda che nei mesi di pandemia è rimasta nell’ombra: quella di chi ha continuato a lavorare anche durante il lockdown. E ci racconta la giornata tipo di un lavoratore-delegato sindacale, che si scontra coi colleghi, con la propria famiglia, e fa i conti con sé stesso. Uno sguardo da dentro il mondo del lavoro nell’epoca Covid che nessuno era stato in grado di offrire. Finora.

 

Buona lettura!

I.

22/6/2020

L’AMMORTIZZATORE SOCIALE, un racconto del Collettivo MetalMente

 

Ardeidi. Gli ardeidi sono una famiglia d’uccelli trampolieri.

   Nelle Metamorfosi Ovidio racconta che Enea distrusse la cittadina romana di Ardea e dalla cenere causata dall’incendio si levò in volo un airone cenerino.

   È a questo riferimento letterario che la famiglia degli aironi deve il suo nome, quello di una specie protetta: Ardeidi.

   Cosa lega un airone cenerino ad un ammortizzatore sociale?

   Provo a raccontarlo.

   Da alcune settimane la mattina esco dal cortile di casa poco dopo le sei e mezza. L’abitudine dovrebbe prevedere una svolta a destra, che dopo un tragitto in bicicletta di circa quindici minuti mi consente di arrivare dove lavoro dall’inizio degli anni novanta.

   Ne sono consapevole, bicicletta e luogo di lavoro a pochi minuti da casa, fanno di me un privilegiato.

   Da alcune settimane invece, oltre all’inusuale orario, svolto a sinistra e dopo un incrocio imbocco un viale alberato, di solito caotico per il traffico mattutino di una grande città, che oggi è deserto.

   Percorro il viale nella sua intera lunghezza permettendomi l’innocuo brivido d’attraversare gli incroci con il semaforo rosso. Alcuni dei balconi e dei davanzali dei palazzi circostanti sono addobbati con bandiere e arcobaleni. Al termine del viale attraverso una inoperosa rotonda, un breve sottopassaggio e, dopo una decina di minuti, raggiungo un piccolo fiume costeggiato da una pista ciclabile.

   Imbocco la ciclabile con inquietudine, queste sono strade di lavoro mentre ora non stanno respirando.

   Pedalo con l’acqua alla mia sinistra. Dopo sette chilometri in solitudine raggiungo un paese prossimo alla città. Lascio la ciclabile e in pochi di minuti arrivo alla destinazione delle ultime settimane: la sede produttiva dell’azienda.

   La quasi centenaria azienda dove lavoro ha gli uffici in città e la produzione, tutta al maschile, nel paese.

   Tra la città e il paese non c’è un visibile confine, esiste però una piccola zona in cui la città ha dimenticato di crescere mentre il paese continua ad essere sé stesso e non edifica. Per poche centinaia di metri prati e alberi sono la cornice del piccolo fiume. In questo tratto, quasi ogni mattina, incontro un grande airone cenerino e il mio stupore si ripete.

   A volte è immobile come un decoro, altre, con lento e regale incedere, pesca nell’acqua limpida, oppure infastidito si libera del mio sguardo e si alza in volo lasciandomi ammirato.

   La città vuota, le bandiere, il piccolo fiume, il grande airone cenerino, il paese sono tra gli effetti di un virus che induce una malattia chiamata Covid-19.

   Il virus si è probabilmente sviluppato nel mercato di una provincia cinese dove animali e uomini convivono, diventando velocemente e per effetto della globalizzazione, una letale malattia mondiale, una pan-demia.

   La sua caratteristica principale è quella di abbassare l’età media della popolazione.

   Per arginarlo il governo ha diramato delle disposizioni: chiusura delle scuole, delle attività ritenute non essenziali e ha chiesto di rimanere chiusi in casa per evitare i pericolosi contatti.

   Per stabilire invece quali fossero le attività essenziali è stato utilizzato un elenco di codici commerciali, una codifica che identifica l’attività produttiva di un’azienda, la loro carta d’identità.

   Governo, sindacati e imprenditori hanno predisposto alcune precise regole di sicurezza d’attuarsi nelle imprese che avrebbero potuto continuare a lavorare.

   Nei giorni precedenti e in quelli successivi alla scrittura delle regole, a dispetto di chi sostiene che si sia tutti sulla stessa barca, il conflitto è tornato in scena e, per interpretare il loro ruolo, gli imprenditori son tornati ad essere padroni, regressione che fanno senza fatica.

   L’azienda dove lavoro rimarrà aperta e io ci sto arrivando già stanco e affannato.

   Mi penso tranquillo, mi sento immune a quanto sta accadendo. L’onda del virus non ha raggiunto nessuno che conosca, ho una età marginale nei decessi e sono, come recitavano vecchi certificati medici, di sana e robusta costituzione.

   Invece mi sbaglio, se non io almeno chi abita dentro di me è preoccupato. Dormo poco e male, faccio sogni confusi e agitati, ogni fruscio notturno ha gli effetti di una campana.

   Per entrare in azienda striscio il badge su un lettore e due metri dopo replico il movimento su quello che rileva la presenza. Sono le sette e ventidue, potrò uscirne alle sedici e trenta.

   In un piccolo laboratorio che si apre sul cortile d’ingresso inizio a fare il mio lavoro: il controllo qualità su quanto viene prodotto.

   Mi piace la semplice routine con cui inizia la giornata. In laboratorio sono da solo fino al primo pomeriggio. Mentre seguo le procedure previste per i controlli posso ascoltare la radio, notiziari e musica.

   Oggi illustrano le norme con cui la regione dove vivo impone l’obbligo di indossare le mascherine di protezione. È buffo, se non fosse irritante, sentire che nell’eventualità di non possederle sarà consentito l’utilizzo di “qualunque altro indumento a copertura di naso e bocca”. Mi chiedo se strofinacci da cucina o alla peggio mutande usate possano andare bene e un amaro sorriso accompagna il pensiero d’usare un reggiseno per la comoda chiusura sulla nuca.

   Chi scrive queste regole mi tratta come un bambino, un eterno immaturo che non può capire il mondo che lo circonda ma che può essere solo istruito con favole ingannevoli o richiamato all’ubbidienza.

   Mentre ascolto un approfondimento su una brutta e triste storia di morti sospette nelle case di ricovero per anziani, un collega entra in laboratorio.

   Ci conosciamo da molti anni, ha convissuto per molto tempo con un grave problema di salute risolto recentemente con un trapianto. A seguito di questa grave patologia ha un orario ridotto e anticiperà la data della pensione di un paio d’anni.

   Sono affezionato al mio nome, anche perché siamo insieme da sempre, però a volte non mi dispiacerebbe se fosse preceduto da un segno d’educazione, invece stamattina solo lui: “Stefano”.

   Abbasso il volume della radio: “Ciao, Giovanni”.

   Come se fossi responsabile di quello che mi sta per raccontare alza il tono della voce e mi legge il capo d’imputazione: “Ieri pomeriggio ho scritto al personale per chiedere informazioni su come comportarmi e non mi hanno ancora risposto”.

   Scanso l’accusa e il tono e mi limito a un generico ma comunque necessario: “Argomento?”

   Da come mi risponde capisco che avrei dovuto comprenderlo senza chiedere: “Argomento ovvio, viste le mie condizioni di salute, se posso rimanere a casa in permesso retribuito”. 

   Peggioro la situazione: “Ma non hai giorni di ferie arretrate da poter utilizzare?”

   “Ho quarantacinque giorni di ferie degli anni scorsi ma non voglio usarle, mi devono dare loro il permesso retribuito” e lo dice come se le sue richieste fossero rivolte a me, come se dicesse tu. “La situazione è grave, un sacco di morti e gente contagiata, io ho il diritto di stare a casa”.

   Ormai ho deciso che la prima conversazione della giornata non sarà scherzosa: “Ma in attesa della risposta usa qualcuno dei tuoi giorni, vuoi andare in pensione con tutte quelle ferie arretrate per fartele pagare?”

   Mi risponde infastidito come se gli avessi chiesto di sacrificare un famigliare: “Non lo so, questo lo deciderò quando sarà il momento”. Poi con un tono da comando in cui la domanda sfuma: “puoi sentire il personale?”

   Anche lui mi confonde con uno delle risorse umane. Passa qualche secondo in cui penso di rialzare il volume della radio, ma poi rispondo nell’unica maniera possibile: “Certo”.

   Riprendo il controllo di produzione e appare puntuale, nel fondo della bocca e nel profondo dello stomaco, il sapore amaro di questi giorni. 

   Ancora un paio di campioni da mettere in analisi e poi avrò una pausa legata ai tempi delle prove.

   Tra un campione e l’altro cerco il contatto che mi è stata richiesto.

   L’azienda quasi centenaria si è comportata bene, già prima delle disposizioni governative si è svuotata dei propri dipendenti facendoli lavorare da casa. La sede in città è quasi deserta mentre in quella produttiva non siamo in molti a venirci tutti i giorni e per chi deve sono attuate le misure di sicurezza.

   Avrà fatto queste scelte per convinzione o necessità, il buon capo d’impresa che si comporta come un padre di famiglia o è solo previdente? Mi sfiora anche l’idea che tra le ragioni, per il ruolo che ricopro, ci possa essere anch’io.  Forse tutte queste ragioni insieme, l’unica certezza è che ha attuato le disposizioni previste e non posso negarlo.

   Durante i tempi morti delle analisi giro per l’azienda per verificare il rispetto delle misure di sicurezza e per sentire il parere dei colleghi su quanto sta accadendo.

   Per potersi muovere tra i reparti bisogna indossare mascherine ad alta protezione. Camminando gli occhiali s’appannano. Nonostante la mascherina non copra le orecchie i rumori sono ovattati e la respirazione sembra la stessa di quando si usano maschera subacquea e boccaglio. Forse è solo suggestione.

   Attraverso il primo reparto che ha una struttura a tre campate.

   Percorro quella centrale che è dedicata al passaggio pedonale e al transito dei carrelli trasportatori. Sia i pedoni che i carrelli devono muoversi all’interno di due fasce definite, due corsie senza cordoli. Mi viene una idea: potrei organizzare una corsa clandestina uomo contro carrello elevatore che, per il linguaggio di fabbrica, significherebbe uomo contro muletto. Potrei avere successo. Le sfide tra uomini e animali, con le scommesse come attrattiva di contorno, hanno sempre un pubblico partecipe.

   Le campate laterali ospitano il magazzino e l’officina meccanica.

   L’officina è separata da una parete mobile e trasparente. I pochi colleghi presenti sono distribuiti sulle macchine utensili rimanendo a una distanza tra loro che non è funzionale alle abituali attività.

   Io e loro abbiamo una frequentazione trentennale con la Centenaria. Conoscono pesi e contrappesi, le forze che li muovono, sanno quello che si può ottenere in azienda. Poche parole servono per capirsi, in alcuni casi basta un cenno.

   Li osservo dietro la trasparenza della parete, non sembrano colleghi ma singoli artigiani in rapporto intimo con le proprie macchine. Macchine che gemono di piacere e d’efficienza per la precisione e l’amorevolezza con cui vengono toccate. È affascinante vederli lavorare, guardarli mentre modificano le forme delle cose cambiandone anima e destino o resuscitano all’uso pezzi considerati defunti. Hanno talento e conoscenze che non si trovano sui libri e neppure sulle scrivanie e nei pc dell’azienda. Li invidio, amano quello che fanno.

   La campata dedicata al magazzino ha cinque profonde e alte cappelle dedicate al culto dei materiali. Metalli, gomme, sostanze chimiche, semilavorati, che attendono pazienti sugli scaffali il giorno della loro trasformazione per diventare la ricchezza dell’azienda.

   Che strani pensieri faccio, forse è l’affanno di respirare con la mascherina.

   Da questo ambiente, attraverso un cortile interno, si raggiunge il reparto dove si svolge la produzione che permette all’azienda di rimanere aperta.

   Sono venuto fino a qui per spiegare come funzionerà la rilevazione in entrata della temperatura corporea suggerita dalle regole sulla sicurezza. Dal prossimo fine settimana anche con poche linee di febbre non si potrà più accedere in azienda. Contro i voleri dell’azienda ognuno misurerà la propria e nessuno tra noi dovrà improvvisarsi medico curante dei colleghi.

   In reparto stanno eseguendo una fase della produzione che non permette d’allontanarsi e a me d’avvicinarmi. Non è il momento adatto per dialogare, rimando con piacere la spiegazione e decido di tornare più tardi.

   Mentre riprendo diligentemente il percorso pedonale all’improvviso vengo assalito da uno che speravo non ci fosse. Uno che eviterei sempre. Uno che durante un’assemblea mi ha fatto bestemmiare. Uno che cambia sempre argomento. Uno che non capisce o che non vuole capire. Uno con cui sbaglio sempre le parole.

   “Giovanni è andato a casa in smartuorc e ci starà fino alla fine del virus”.

   Vorrei correggerlo ma non potremmo continuare a parlarci, mi devo però sforzare di non fare il censore.

   Immagino quello che m’aspetta e non me ne sottraggo: “E che problema hai?”

   Poche parole che avranno un grande effetto.

   “Ho il problema” e inizia ad agitarsi, “che lui sì ed io no, cosa sono io, carne da macello che deve morire in azienda? Quando andrò in pensione li denuncio per mobbing questi figli di puttana”.

   Non ho nessuna voglia d’essere comprensivo, chiedo “che lavoro fai?”

   “Il magazziniere, guido il muletto, faccio l’imballaggio, lo sai che merda di lavoro faccio”.

   Certo che so che lavora fa: “A casa hai un box grande?”.

   “Ma che cazzo mi chiedi?”. La distanza di sicurezza prevista inizia a ridursi.

   “Hai il box grande, si o no? Rispondimi”. Anche se si è avvicinato non riprendo il metro di sicurezza.

   “Ci sta solo la macchina, e quindi?”. Ormai solo le mascherine ci proteggono.

   “Non puoi fare lo smartworking, se tu avessi avuto un box grande potevi portarci il muletto e tutto quello che serve per imballare, ma sei uno sfigato che non sa neanche accedere il pc e ti tocca stare qui”.

   È un colpo basso. Un attacco volgare che lo fa diventare paonazzo ma non gli lascio il tempo per provare a dire qualcosa: “e poi conosci i problemi di salute di Giovanni”.

   Scorda subito la mia cattiveria e si concentra sulla salute dove intravede uno spiraglio in cui provare ad entrare.

   “Anch’io ho i miei problemi, mi fa male la schiena”.

   Ha quasi sessant’anni e il fisico di un trentenne. Braccia, petto e spalle tornite dalla palestra, da decenni quotidiana e dall’insegnamento di qualche impronunciabile arte marziale.

   “E poi anche la spalla destra…”

   Mentre continua l’elenco dei suoi malanni vedo su uno scaffale un bicchiere di vetro dimenticato da qualcuno, m’avvicino e lo prendo. Mi segue parlando delle instabili ginocchia, lo sento quasi attaccato alla schiena, siamo prossimi al contatto.  Mi giro, punto il braccio con il bicchiere contro il suo petto e poi con molta forza lo stendo per allontanare l’uomo che si sta disfacendo. Ora siamo distanti la lunghezza di un braccio teso.

   È sorpreso e agitato: “Ma che fai?”

   “Giovanni è come questo bicchiere”.

   Mi guarda, poi guarda il bicchiere, si guarda attorno in cerca di spettatori ma non ce ne sono. Veniamo sempre lasciati soli nelle nostre dispute.

   Aspetto qualche secondo e poi apro la mano, il bicchiere va in frantumi sul pavimento.

   “Giovanni è come il bicchiere, è fragile, potrebbe rompersi”.

   Dopo questo spettacolo di bassa teatralità me ne vado lasciandolo ai suoi pensieri rancorosi e ai pezzi di vetro da raccogliere.

   Ritorno in laboratorio pensando con piacere che vi ritroverò solo la radio e la musica. Cerco una stazione che trasmetta musica senza parole e riprendo le analisi iniziate verificando alcuni dati per poi riportarli in un data base.

   Mentre faccio l’operazione di trascrizione appare la notifica che sul portale aziendale è stata pubblicata una nuova comunicazione: una lettera a tutti i colleghi da parte di Marco e Michele.

   Due nomi, senza cognomi, come due papi, come un duo musicale, come un atto apostolico: dalla Prima Lettera di Marco e Michele ai dipendenti. Due uomini che pensano che il loro nome sia sufficiente per individuarli.

   Non ci possono essere altri “marco e michele” con cui confonderli e se ci fossero non potrebbero scrivere lettere a tutti i colleghi.

   Marco e Michele sono l’amministratore delegato e il capo delle risorse umane.

   Non voglio che i vertici dell’azienda siano miei amici, o vogliano presentarsi come tali. Non desidero amici alla guida dell’azienda. Pretendo persone competenti e responsabili che usino anche i loro titoli di studio per accompagnare cognome e nome. Non m’infastidisco se lo fanno. M’infastidisco se provano a definirsi uguali a me, non lo sono.

   In questa loro lettera scrivono d’orgoglio, di valori, di sentimenti, di fare la propria parte, di gare di solidarietà, che uniti vinceremo per le nostre famiglie e per la grande famiglia composta dai colleghi di tutto il mondo. Chiudono con una affermazione che durerà il tempo della pandemia: “noi, inteso tutti i dipendenti, siamo l’azienda”.

   Una spruzzata di retorica è necessaria, parlare al cuore oltre che alla testa, colorare con i toni dell’enfasi quello che rischierebbe solo d’essere un grigio dispaccio, ma questo compitino sarei stato capace di scriverlo anch’io. Dal duo che ha fatto studi molto più lunghi di quelli dell’obbligo mi sarei aspettato molto di più.

   La prima lettera di Marco e Michele parla solo ai fedeli devoti.

   Mentre penso con fastidio a questa comunicazione, chiedendomi se dopo la lettera seguirà la loro presenza fisica, inizia a squillare il telefono, sul display appare “capofamiglia”.

   È Claudia, mia moglie.

   Claudia non è mia moglie, non siamo sposati.

   Uso moglie, e lei marito, per comodità e per favorire la comprensione del ruolo che abbiamo l’uno per l’altra quando ci raccontiamo ad altri.

   A volte è fidanzata, ma ha il sapore di provvisorio, altre compagna, con il riflesso d’alzare il pugno, morosa quasi mai, se penso alla legge diventa convivente, per mantenere uno spazio di libertà coinquilina, parlando ad altre diventa, per suggerire una lontananza, la madre di mia figlia.

   C’è però una parola che userei anche se è tramontata nell’uso. La parola antica è consorte. Mi piace l’idea d’avere una sorte in comune. Non penso in termini di destino o fatalità, ma che per tutti gli anni che vivremo accanto saremo presenti nella vita dell’altro avendo qualcosa in comune, le nostre vite e nostra figlia.

   Non abbiamo l’abitudine a sentirci durante la giornata e mi limito a un: “Che vuoi?”.

   Vengo investito dall’onda della sua voce: “Ma che modo è di rispondermi?”. 

   Devo trattenermi per non scadere nel litigio non perché abbia qualcosa in contrario alle discussioni, e poi ne siamo ottimi interpreti, ma almeno conoscerne la ragione la renderebbe più coinvolgente. In questo caso la baruffa sarebbe solo legata ai nostri ruoli, nulla di più, nessuna nobiltà.

   “Hai ragione scusami”. Cambio tono, il mio cattivo umore di questi giorni non è responsabilità sua, e poi ho colto l’eco di un problema.

   Alza il coperchio della pentola in ebollizione e sfoga l’arrabbiatura mischiata a delusione: “Ho sbagliato di un’ora la lezione di scuola di Francesca. Ero convinta che fosse alle undici invece era alle dieci. Quando ci siamo collegati e ha visto i compagni e la maestra insieme si è messa a piangere e non potevo provare a spiegarle quanto accaduto perché stavo facendo una telefonata che non potevo interrompere. Poi sul tablet la linea continuava a cadere, voleva il pc. Le ho risposto in malo modo che non potevo darle retta e che il pc serve a me. Piangendo è andata in cortile”.  

   Non le dico nulla, sento che sta fumando e a breve riprenderà lo sfogo.

   “Sono stufa di questa situazione. Ma come pensano si possa lavorare da casa e gestire anche la scuola dei figli? Non posso sdoppiarmi o triplicarmi. Ogni giorno finisco sempre più tardi per recuperare il tempo perso per organizzare le lezioni di Francesca, scaricare i compiti dalla stramaledetta piattaforma, fotografare quelli svolti, inviarli ordinatamente catalogati alle maestre … ed ora devo iniziare a pensare al pranzo altrimenti nell’ora di pausa non ci sto dentro…”.  

   In questi giorni quando rientro sta ancora lavorando e continua fino a cena, a volte straripa sulla sera. Professionalmente, ma non solo, è molto più capace di me e anche in tempi non virulenti lavora tanto, ma lavorando da casa non ci sono argini.

   “Ogni sua esigenza ormai è diventata solo fastidio e perdita di tempo e la tratto male. Mi dispiace di come le rispondo non è colpa sua tutto questo”.

   Quando dice del suo dispiacere nella voce sento tutta la sua stanchezza, una stanchezza che tradisce commozione, ma si trattiene e continua: “E poi il mal di schiena non mi passa”.

   Sta lavorando da casa seduta da più di un mese su una sedia della cucina che con ingegno ha foderato di cuscini per provare a mantenere una posizione che non diventi un supplizio. Ma i risultati non sono stati all’altezza dei desideri.

   Mi chiede: “Domani potrai stare a casa?”

   È una domanda di cui conosce la risposta. Non potrò stare a casa. Sono rappresentante sindacale penso che in questi giorni debba stare in azienda. Nulla di particolare, solo responsabilità. A casa rimarrei volentieri.

   “Sapevo che m’avresti risposto così, cosa te l’ho chiesto a fare. Alle prossime elezioni del sindacato vengo a farti campagna contro”.

   Chiudiamo la telefonata con la consueta incombenza di questi giorni: “Ti mando per mail i suoi compiti da stampare ed una cosa mia da fare a colori”, spero di ricordarmene.

   “D’accordo, quando sale dal cortile dai un bacio alla piccoletta da parte mia”.

   S’avvicina l’ora di pranzo. Non è necessario che tenga sott’occhio l’orologio, a mezzogiorno esplode per i reparti il suono di una sirena da porto che avvisa che è pronto.

   Per andare a mangiare ci sono alcune indicazioni da rispettare. In mensa si va con la mascherina, bisogna rispettare la propria fascia d’orario, in tavoli da quattro posti si mangia da soli, finito il pranzo si deve pulire il tavolo e la sedia utilizzati. I pasti non vengono cucinati nella cucina della mensa ma ci vengono portati già pronti in confezioni sigillate, come in ospedale. Primo, secondo e contorno, tre piatti a testa.

   Queste regole rendono la pausa pranzo un severo rito monastico. Quello che era un tempo d’evasione ora è solo silenzio e veloce consumo, come in un triste self service da autogrill.

   Oggi però accade l’inaspettato. Uno tra noi ha deciso che il virus non può sottrarci tutto. Nel silenzio è chiara la sua voce: “Sapete chi uscirà per primo da questa situazione?”, qualche borbottio, qualche testa s’alza dal piatto e dal cellulare

Tutti in attesa fino alla richiesta: “Chi?”

   “La Juventus!”.

   Una battuta calcistica sfonda il coperchio che ci teneva compressi. In mensa ritorna l’abituale colonna sonora: risa, insulti, schiamazzi. Tutto amplificato perché ora non si parla con i compagni di tavolo ma con chiunque si trovi nell’ampia sala. I discorsi si sovrappongono, non si capisce nulla. S’inizia una conversazione con un collega per continuarla con un altro, inoltre dobbiamo recuperare le parole perse durante i silenzi passati e qualsiasi argomento diventa legittimo.

   È un momento liberatorio che ci riporta in prossimità della normalità.

   Dalla mensa torno in laboratorio dove trovo il collega con cui divido il controllo qualità. Arriva alle tredici per finire alle ventuno. È giovane, preferisce dormire fino a tardi. In questi giorni certifico la qualità della produzione al mattino, lui al pomeriggio.

   Il laboratorio è piccolo. Lavoriamo così vicini che basterebbe un piccolo movimento per darsi un casto bacio. Per l’assenza della distanza di sicurezza nelle ore in cui condividiamo questo spazio dobbiamo tenere sempre la mascherina protettiva.

   Oggi staremo assieme solo fino alle tre perché poco dopo avrò un incontro con il capo delle risorse umane e alcuni colleghi della medesima funzione. Argomento: apertura della cassa integrazione.

   In una sala riunione tutta per me sto aspettando che mi chiamino. Per un problema tecnico faremo la riunione utilizzando i telefoni, non potremo vedere i nostri visi sul pc. La telefonata metterà in contatto il rappresentante dei lavoratori, che risponde dall’azienda, con i rappresentanti della Centenaria, comodamente da casa propria.

   Alla telefonata parteciperà il Michele della lettera apostolica in compagnia di due collaboratori, una donna ed un giovane uomo.

   La donna lavora da molti anni nell’ufficio delle risorse umane. Seduta sull’argine della sua scrivania ha visto passare gli addii di diversi capi. È lei che sorregge la funzione ma per qualche limite, suo o più probabilmente aziendale, non ne è mai diventata la responsabile.

   Il giovane uomo lo conosco poco, è stato assunto di recente.

   In attesa che suoni il telefono smetto di rileggere gli appunti che ho preparato e divago. In questa situazione è naturale, quasi d’obbligo, pensare all’abbigliamento casalingo dei tre.

   Il capo è un uomo grande e grosso con una pancia che gli rovina ogni tentativo d’eleganza. Sono quasi certo che indossi una tuta in acrilico con qualche scritta americana e quelle inguardabili voluminose ciabatte di plastica che riscuotono un successo che trovo incredibile.

   Lei nonostante gli sforzi è ormai una donna di mezza età. Sobria nell’abbigliamento, mai nulla di memorabile, possiede l’invidiabile qualità di voler passare inosservata. In casa vestirà come in ufficio. Riuscirà a vedere la differenza tra i due ambienti?

   Immagino il meno importante dei tre vestito in perfetto abbigliamento lavorativo pronto per qualsiasi necessità aziendale. Qualche mese fa si è sposato: da allora è iniziata la crescita della pancia, non so se attribuirla al rallentato metabolismo legato al sacro vincolo oppure a desideri di emulazione a fini di crescita professionale.

   Il telefono suona, che abbia inizio la riunione vocale.

   Il primo a parlare è il capo.

   “Stefano, ti ringraziamo perché in questi giorni difficili sei sempre stato in azienda...”

   Loro come la quasi totalità dei dirigenti, compreso l’amministratore delegato, dall’inizio di questa storia non si sono mai fatti vedere. Né in città, né in paese. Sede di lavoro la propria casa.

   “…sappiamo che hai fatto un ottimo lavoro d’informazione tra i colleghi, di stimolo per l’applicazione del protocollo sulla sicurezza e del suo controllo” una voce da bambina irrompe nella comunicazione: “scusa papà... sono al telefono chiedi alla mamma … era mia figlia scusate”.

   Efficiente e comprensiva interviene la donna: “Ti capisco Michele, io faccio i salti mortali per stare dietro ai miei figli, e tu Marco?”

   Marco è il meno importante: “Mia figlia è piccolina, si occupa di tutto mia moglie, pannolini, pappe, bagnetti”.  Giovane d’età ma vecchio di pensiero.

   Il capo prova a cogliere l’opportunità: “Stefano, tua figlia come sta?”

   Noi quattro abbiamo tutti dei figli d’età diverse. Succede abbastanza spesso che uomini e donne adulte possano averne, è una caratteristica della condizione umana. Si può parlare dei propri figli e delle fatiche per accudirli, per alcuni genitori è l’unico argomento di interesse. Ma qui la paternità vuole essere giocata per creare vicinanza, condivisione di comuni percorsi, come premessa ad altre vicinanze da trovarsi poi nella riunione. Abbiamo bambini ma gli interessi in quest’incontro sono diversi, parleremo di loro quando ci ritroveremo al parco. Per uscire velocemente da questo tranello dico malamente qualcosa d’ovvio.

   Il capo continua: “… oltre a te dobbiamo ringraziare tutti i colleghi che in questa guerra contro un nemico invisibile sono stati in prima linea … “

   Speravo che non accadesse, che s’evitasse il riferimento alla guerra e alla prima linea. Vorrei interromperlo per rinfacciargli che, come in tutte le guerre, loro, che sono gli alti ufficiali, i generali da accademia militare, sono, e lo sono tuttora, rimasti nell’agio e nella sicurezza delle retrovie. E che la guerra prevede la caserma, la disciplina, la gerarchia, l’obbedienza.

   Lo lascio continuare senza provare a dire quel che penso perché la riunione non è stata convocata sull’interpretazione di quando sta accadendo.

   “… siete stati i nostri eroi che hanno contribuito in maniera determinante a continuare la produzione che è la nostra vita…”

   Non si nega nulla, anche la fanfara dell’eroismo. Ho deciso di stare in ascolto. Sarebbe banale citargli di popoli fortunati che non hanno bisogno di eroi … ma mi zittisco.

   Vorrei provocarlo dicendogli che gli eroi muoiono, che sono sacrificabili, sono i caduti da onorare, sono la carne da macello che il tornito sessantenne non vuole essere, forse solo il caso li ha concepiti eroi, magari avrebbero preferito rimanere a casa a curare i fiori.

   Ma desisto, rimarrò silente fino all’argomento della riunione: la cassa integrazione.

   “… oltre ai nostri eroi in prima linea anche chi è rimasto a casa in smartworking ha lavorato in maniera magnifica. I dati che abbiamo a disposizione dimostrano che la produttività è stata molto elevata, così come la qualità del lavoro inaspettata. Le scadenze sono state rispettate, anzi in molti casi anticipate”, un po’ scherzando, ma credo neppure troppo “il Covid-19 dovrebbe rimanere visto che fa lavorare così bene i tuoi colleghi”. Ora un pugno lo meriterebbe.

   “Però…”, si sta avvicinando all’argomento di oggi cambiando il colore allo sfondo. Il bel cielo azzurro inizia a ingrigirsi. “…Non sappiamo come sarà il futuro prossimo. Anche se in questo momento oggettivamente non ne abbiamo bisogno, abbiamo valutato l’opportunità di richiedere l’apertura della cassa integrazione, nelle condizioni agevolate indicate dal decreto, per poter avere a disposizione uno strumento da utilizzare in caso di necessità”

   “E quali potrebbero essere queste necessità?”, domando.

   La risposta è evasiva.

   “I mercati internazionali, la contrazione di quello cinese e la riduzione del suo Pil, conosci l’importanza che ha per noi la Cina, ci potrebbe anche essere una recrudescenza del virus, il debole governo italiano potrebbe adottare misure inadeguate per sostenere le imprese ...” ci sta girando attorno ed infine lo confessa, “fare la cassa ci permetterebbe di risparmiare un sacco di soldini”.

   Dice proprio così: risparmiare un sacco di soldini, un sacco di soldini, i soldini.

   Alle cinque timbro l’uscita. Bicicletta, pc nello zaino ed entrambi nel cestino, torno a casa da Claudia e Francesca.

 

   Prima d’iniziare a pedalare noto, come tutti i pomeriggi, una furtiva attività nelle aziende a fianco. Persone che circospette escono da capannoni industriali apparentemente chiusi per camminare veloci alle proprie automobili.

   Mi guardo le mani sul manubrio. I continui lavaggi le hanno invecchiate, sono molto rovinate. Dovrò iniziare a curarle.

   Stamattina sono arrivato stanco e affannato, un sentire del corpo a cui si è aggiunto il cattivo umore. Questo bagaglio me lo porterò a casa scaricandone il peso sulle persone a me più care.

   Spero che i pochi chilometri che m’aspettano abbiano qualche effetto almeno sull’umore.

   Se si potesse allungherei il ritorno ma le regole regionali lo vietano. Diritto a casa per la strada più breve, nessuna deviazione, nessuna tentazione. Potrò sudare solo per gli stessi sette chilometri dell’andata.

   L’accordo sindacale sulla cassa integrazione è stato poco più che mediocre. Eroi, prima linea, tutti produttivi in smartworking ma nessuna integrazione di rilievo rispetto a quello che la legge prevede.

   Il cattivo umore è anche dovuto a questi giorni contradditori.

   Credo d’essere utile. Se non ci fossi molte cose per i colleghi sarebbero diverse, a volte ho anche la presunzione di dire, peggiori.  Come in altre occasioni penso d’aver fatto la mia parte.

   Però è una parte che mi lascia sempre un retrogusto amaro che si trascina per molti giorni. Ho sempre la sensazione d’essere più utile all’azienda che hai colleghi. È un peso insopportabile che mi fa sentire sull’orlo del tradimento senza averlo desiderato.

   Probabilmente dovrei decidermi: farmi da parte, mettermi ai margini e lasciar perdere, il mio tempo è forse finito esaurendo le mie risorse. Che colleghi ed azienda s’arrangino da soli, che s’ammortizzino tra loro.

   Questi disordinati pensieri mi hanno distratto dalla strada, veloce e senza sforzo sono arrivato dove al mattino incontro l’ardeide.

   Mi fermo, lo cerco.

   Torno indietro, forse non l’ho visto.

   Ripercorro più lentamente il tratto appena percorso, ma non lo trovo.

   Forse è nascosto e sta giocando con il mio desiderio di rivederlo.

   Aspetto qualche minuto ma non appare, non si mostra, non mi sorprende.

   Il grande airone cenerino non c’è, troverò la cenere?