9/4/2021

IL GOLPE DELLA STATUA

 

Meno di un mese fa la statua di Indro Montanelli nei giardini pubblici di Porta Venezia, a Milano, è stata nuovamente imbrattata. Era già avvenuto nel 2020.

   Sono anni che questa statua fa discutere, in città. Montanelli è sempre stato un personaggio divisivo, sin da quando capeggiò, insieme con Leo Longanesi, una sorta di corrente d’opinione formata da intellettuali di destra – definiti apoti, cioè quelli che non se la bevono – che ancora oggi vanta seguaci più o meno nobili.

   L’anno scorso la causa scatenante dell’imbrattamento fu l’emersione – o meglio la ri-emersione – di una vecchia storia riguardo Montanelli. Nel corso della Guerra d’Etiopia, il soldato M, al pari di molti altri suoi commilitoni fascisti, prese come concubina una bambina di 12 anni. Riguardo l’età della ragazza, ricordando l’episodio anni più tardi, Montanelli dichiarò: «Scusatemi, ma in Africa è un’altra cosa».

   Da allora, intendo dall’imbrattamento del 2020, molto è cambiato, e forse, oggi, fuori dal tornado Covid, di quella statua relegata in un angolo di un parco municipale interessa a pochi.

   Ma interessa a me.

   Le avventure abissine di Montanelli sono ormai note. C’è un’altra storia che lo riguarda, invece, molto meno conosciuta.

   Questa: nel 1954 Indro Montanelli progettò un golpe.

 

   Ecco il contesto. Un anno prima, nel 1953, la Democrazia Cristiana aveva tentato il colpo di mano con una legge elettorale – la famigerata legge truffa – che prevedeva un sostanzioso premio di maggioranza alla coalizione vincente. In pratica: col 50% dei voti ti portavi a casa il 65% dei seggi.

   Alle elezioni, però, i centristi mancano l’obiettivo di pochi decimali. Di contro, socialisti e comunisti ottengono ottimi risultati. Gli anticomunisti di tutto il paese già vedono i carri armati sovietici in piazza San Pietro.

   Fra di loro c’è anche Montanelli, che decide di agire. Quindi scrive una serie di lettere. All’ambasciatrice americana in Italia, Clare Boothe Luce.

   Il messaggio è chiaro: Gentile signora, facciamo un bel colpo di stato prima che sia troppo tardi.

   Indro è intelligente. Sa scegliere le orecchie a cui parlare. Sa che Clare Boothe Luce è la moglie di Henry Luce, magnate dell’editoria statunitense. Sa che Clare si è convertita al cattolicesimo in età adulta, e come tutti i convertiti è diventata un’integralista. Sa che fa parte dell’ultradestra del Partito Repubblicano, e che certe sue uscite fanno impallidire persino il senatore McCarthy.

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Quindi:

 

Roma, 6 maggio 1954

Cara signora,

di ritorno a Roma da un lungo giro in Piemonte e Lombardia, desidero metterLa al corrente di alcuni colloqui avuti con alti esponenti dell’Industria e della Finanza.

 

   Ma cosa ci fa Montanelli tra industriali e finanzieri?

 

Nel Nord Italia, che è poi l’Italia che conta, si sta facendo strada una convinzione, che io mi sono guardato bene dal contraddire perché la ritengo esatta: e cioè che dal punto di vista elettorale, il Paese è entrato ormai in una fase pre-agonica, e che a salvarlo nessun giuoco di partiti può bastare.

 

   Montanelli ha preso contatti con un nucleo di industriali convinti che non esista una soluzione politica all’avanzata dei comunisti. E pronti a «impegnare i loro miliardi in una lotta a oltranza» contro i rossi. Tra di loro: Alighiero De Micheli, Angelo Costa, Furio Cicogna. Tutti futuri o ex-presidenti della Confindustria. C’è anche Giovanni Falck, quello che a Milano chiamano “il padrone delle ferriere”.

   All’ambasciatrice americana, Indro spiega che: «Noi non possiamo fondare un nuovo partito. Esso farebbe soltanto della concorrenza ai partiti anticomunisti già esistenti e non risolverebbe niente».

   Insomma. Ecco il piano di Montanelli:

 

Noi dobbiamo creare una forza. Quale? Non si può sbagliare, guardando la storia del nostro Paese, che è quella di un sopruso imposto da una minoranza di centomila bastonatori. Le maggioranze in Italia non hanno mai contato: sono sempre state al rimorchio di questo pugno di uomini che hanno fatto tutto con la violenza: l’Unità d’Italia, le sue guerre e le sue rivoluzioni. Questa minoranza esiste ancora e non è comunista. È l’unica nostra fortuna. Bisogna ricercarla individuo per individuo, darle una bandiera, una organizzazione terroristica e segreta, e un capo […] Propongo il Maresciallo Messe, uno dei pochissimi generali usciti dalla guerra con onore. È vecchio e non molto intelligente. Ma è il soldato che vinse in Russia e fu l’ultimo a cedere in Africa. Gli forniremmo noi le idee che egli non ha […]

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   La lettera prosegue. Montanelli suggerisce di collegare le squadracce di questa sorta di Gladio ante litteram a reparti “amici” dei Carabinieri, in modo che possano entrare in azione di concerto al momento del golpe.

 

   E se le cose andassero male? Se i centomila bastonatori fallissero? Indro ha un piano B.

 

In caso di fallimento mi sembra che l’America dovrebbe almeno approntare una Formosa per concentrarvi le forze destinate a una riscossa che in Italia sarebbe più facile, o meno difficile, che in Cina. Parlo della Sicilia, naturalmente. In quest’isola che, comunque, non avrà mai una maggioranza comunista, c’è un governo regionale in mano ad anticomunisti, sia pure deboli e irresoluti. Ho pregato il principe Raimondo Lanza di Trabia di porre il quesito all’on. Restivo (Franco Restivo, presidente democristiano della Regione Sicilia, NdR) e ai suoi colleghi: cosa farebbe questo governo, di fronte a una vittoria comunista nel resto del Paese: accetterebbe il fatto compiuto, o proclamerebbe l’indipendenza?

   Il principe Lanza di Trabia è un giovane e coraggiosissimo avventuriero che, se invece che principe, fosse nato proletario, si sarebbe chiamato Salvatore Giuliano e come lui sarebbe finito. Ma appunto per questo gode di grande prestigio nell’Isola e soprattutto è in eccellenti rapporti con la Mafia, che laggiù ha un potere decisivo, molto più grande di quello del Governo.

   Lanza di Trabia mi ha risposto giustamente: “Se Restivo, o di sua spontanea volontà, o per nostra imposizione, proclama l’indipendenza e chiede la protezione della flotta americana, la flotta americana è disposta a proteggerla?”

 

   Raimondo Lanza di Trabia era un nobile eccentrico, frequentatore del jet set, playboy, morfinomane. Amico personale di Galeazzo Ciano, aveva combattuto per i fascisti nella Guerra di Spagna, forse nelle fila del SIM (il servizio segreto militare), e aveva collaborato con gli alleati a Roma durante il secondo conflitto mondiale. A lui pensa Indro Montanelli per fare della Sicilia la base d’appoggio della revanche anticomunista. Con l’aiuto della Mafia.

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   Le risposte di Clare Boothe Luce alle lettere di Montanelli, in quella metà del ’54, sono ignote. Sappiamo però che l'agenda degli appuntamenti dell'ambasciatrice conservata presso l'archivio della Biblioteca del Congresso dimostra numerosi incontri con Montanelli. E sappiamo che Raimondo Lanza di Trabia morì in circostanze misteriose il 30 novembre 1954, precipitando da una finestra dell’Hotel Eden di Roma.

 

   Ovviamente Montanelli non fece mai pubblicità alla sua iniziativa. Nel 1998 fu Mario Del Pero, un ricercatore, a scoprire le lettere a Washington e a pubblicarle su una rivista accademica (“Italia Contemporanea”, settembre 1998, n. 212, pp. 633-652). Solo allora Montanelli ne assunse la paternità in un’intervista, minimizzando: «Meglio così. In un colpo solo mi sono tolto la nomea di comunista e, soprattutto, mi sono levato di dosso quell’etichetta di santone che, confesso, mi aveva rotto per davvero» (“Io ho ispirato Gladio”, “La Stampa”, 20 dicembre 1998).

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   Non so quanti paesi dedicherebbero statue all’estensore di un progetto eversivo. Da noi è successo.

   Personalmente credo che quella statua nei giardini pubblici di Porta Venezia, o altrove, non dovrebbe starci. Per come si sono messe le cose, però, credo che rimarrà lì dov’è. Riempirla di vernice a intervalli regolari mi pare inutile. Solo una cosa avrebbe fatto più piacere a Montanelli della sua statua. La sua statua vandalizzata.

   Sarebbe bello invece che quel luogo diventasse punto di ritrovo per incontri, reading, eventi culturali sui temi della Resistenza e del colonialismo. È un appello che lancio, come scrittore e milanese, ad associazioni, sindacati, storici, autori, artisti, attori, musicisti, singoli e realtà.