18/9/2018

HO SOGNATO BERLUSCONI

 

Il sogno è il seguente:

 

   Siamo su una piattaforma che sembra una L. Fluttuiamo nello spazio.

   Niente pareti, né soffitto. Dal perimetro del pavimento, a intervalli regolari, si alzano le barre di un telaio che sostengono profili di metallo paralleli alla sagoma della grande L, a tre metri d’altezza.

   Il pavimento è fatto di cristallo.

   Ovunque volga lo sguardo, solo nero sforacchiato da stelle.

   Spira un vento umido e salmastro, e mi viene da pensare che siamo nella villa di Porto Rotondo, ma la verità è che non lo so.

   Sediamo attorno a un tavolo. Una quindicina di persone, maschi e femmine di varie età.

   Nell’incoscienza lucida del sogno so che questo è un Bunga-Bunga. Ma non assomiglia a quello che ho sempre immaginato.

   Le poche belle ragazze sono nascoste da pesanti maglioni a girocollo. Mangiano patatine e buttano i sacchetti vuoti al centro del tavolo.

   So che gli uomini e le donne più anziani sono parlamentari. Nessuno apre bocca. Gli sguardi evitano di incrociarsi.

   Non c’è nemmeno la voglia di farsi notare dal Capo. Non c’è servilismo. Sembra una di quelle serate fra borghesi a moderato tasso alcolico, dove tutti si conoscono in maniera lasca e nessuno vuole approfondire la conoscenza. Così, a una cert’ora, gli argomenti mancano e le parole si ritirano negli stomaci, a macerare nell’alcol col beneplacito generale.

   Questa è la Noia.

   Tutti mi guardano di sottecchi. Sanno della mia condizione di parvenu. Sanno che non sono dei loro. Gli stronzi mi disprezzano. Eppure la noia vince anche il disprezzo. Così le loro occhiatacce si tramutano in sbadigli, e a me, comunque, non me ne fotte veramente un cazzo.

   Anche Berlusconi sembra prigioniero dello stesso stato d’animo. Ma, a differenza degli altri, non ne soffre. Ha trasformato la noia in piacere secondo uno stratagemma che noi attorno ignoriamo. E ci guarda come se volesse dire: “Io vi perdono”.

   Una delle ragazze belle ciancica bolo di patatine. Le va di traverso. Tossisce.

   Io vorrei anche dire qualcosa, ma mi stanno tutti antipatici, tranne Berlusconi. Alla fine mi avvicino a lui e gli sussurro all’orecchio: «Tu hai pubblicato Il grande Gatsby nella traduzione di Fernanda Pivano.»

   Inciso.

   Io possiedo veramente una copia del romanzo di Fitzgerald pubblicato dalla Silvio Berlusconi Editore, immagino negli anni Ottanta. La copertina è ripugnante: un’immagine di scena del film con Robert Redford e Mia Farrow. Era allegata a un numero della rivista “Noi”, nella collana “I sette peccati”. Il libro rappresenta “LA SUPERBIA”. E durante il sogno ho anche quell’attimo compiacimento nel quale, pur dal dormiveglia, mi dico: “Sto sognando questo perché quel libro è nella mia biblioteca e l’ho visto l’altro giorno, che grande livello di autocoscienza che ho”. Poi lascio perdere perché se no mi sveglio e invece voglio vedere come va a finire.

   Fine inciso.

   Silvio mi guarda un po’, poi fa: «Sì».

   «Ma perché?»

   «Perché cosa?»

   «Che cosa te ne fregava di pubblicare Il grande Gatsby? Cioè, dài, oggettivamente».

   «Non lo so,» risponde.

   Invece io capisco che lo sa il perché ha pubblicato quel libro, ma non me lo vuole dire, l'infame. È una specie di suo divertissement da dominus della situazione. Glielo faccio presente.

   Ma lui svicola. Ordina: «Vieni.»

   Lasciamo la mandria degli annoiati, che non ci degna di uno sguardo.

   Osservo Silvio camminare davanti a me, la camicia bianca, i pantaloni di lino e i piedi nudi. In questo momento nutro verso di lui un affetto e una tenerezza che non so spiegare e che mi fanno sentire in colpa.

   «Ma siamo a Porto Rotondo?»

   «Dici Villa Certosa?»

   «Eh».

   «No».

   «Sì, ma quest'odore di mare?».

   Silvio ride. «Una nostra proiezione mentale collettiva».

   Mi prende per il culo, eppure non riesco a volergli male.

   «Ecco, ti presento l’avvocato Muñoz,» e indica un uomo magro vestito da iettatore, con tanto di bombetta e occhialetti neri.

   «¡Hola!» saluta Muñoz, nella quasi fissità del viso. Solo le labbra si sollevano appena e i baffi prendono la forma del disegno stilizzato di un gabbiano.

   Silvio: «Siediti.»

   Mi accascio su una poltrona bianca: Silvio da una parte, Muñoz dall’altra e un tavolino di marmo in mezzo.

   «Io e te faremo grandi cose insieme,» annuncia Silvio.

   «Oh, grandi cose quali? Io non ne so niente, Silvio.»

   «Grandi cose. Prego, avvocato.»

   Muñoz tira fuori una risma di carta e la schiaffa sul tavolino. Sbam.

   Spiega: «El contrato».

   Guardo Silvio. «Ma che contratto?»

   «Per il tuo prossimo libro.»

   Contemplo la torre di fogli. «Quello

   «Sì.»

   «Silvio, cazzo dici? Ma ti pare che firmo al buio un contratto di trecento pagine?!»

   «Io e te faremo grandi cose.»

   «Ma quali grandi cose, ma lascia stare. Io non firmo niente.»

   Adesso l’angoscia comincia a impadronirsi di me, mi striscia dentro. Aleggia una minaccia. Silvio e Muñoz sorridono e mi fissano.

   «S-Silvio, la pensiamo in maniera diversa su tutto, e l-lo sai. Però perché mi vuoi inculare così?»

   «Non ti voglio inculare. Faremo grandi cose insieme».

   «Proprio per niente».

   «Io e te faremo grandi cose insieme».

   «Non mi fido».

   «Faremo grandi cose».

   Qualsiasi cosa dica, Silvio ribatte sempre con la tiritera del “faremo grandi cose insieme”, tanto che mi viene da pensare che Silvio non sia il vero Silvio, ma un robot silviforme. Muñoz invece è sempre lì che ghigna e ogni tanto ammicca al contratto, come se dicesse: “Mica male, vero?”.

   Dovrei odiarli. Odiare Silvio.

   Invece vorrei abbracciarlo, come gli orsi dei documentari in tv: “No, non è vero che sei cattivo, non è vero che mi vuoi sbranare”.

   Poi il viso di Muñoz comincia a desquamarsi. Lembi di pelle precipitano sul cristallo, fra i suoi piedi.

 

Il sogno finisce così.