23/12/2017

COLONIE #1: SIEM REAP

 

Aranyaprathet e Poipet sono due tumori di cemento e terra battuta al confine fra Thailandia e Cambogia, l’uno così accostato all’altro tanto da sovrapporsi per alcune centinaia di metri. Questo è il valico più utilizzato da chi vuole raggiungere Siem Reap, venendo da Bangkok.

   Se Aranyaprathet mantiene un certo decoro di facciata, Poipet è a tutti gli effetti quello che, opportunamente, un tizio poi incontrato a Phnom Penh ha definito: «Un buco di culo».

   Appena lasciato l’ufficio d’immigrazione thailandese, si attraversa una terra di nessuno, popolata da creature inquietanti. Ci sono bambini nudi abbandonati a terra. Sembrano morti.  Ci sono tassisti che ti fanno l’occhiolino. Ci sono uomini che fingono di leggere il giornale e ti fanno uno scanning completo. Valutano il contenuto del tuo bagaglio. Gente concupiscente boocoo, come direbbe qualcuno.

   La strada è obbligata, almeno per un centinaio di metri. Due file di blocchi di cemento segnano la via, larga non più di un paio di metri. Bisogna farsi largo fra un tunnel mobile di uomini e bambini che si chiude sui turisti in transito verso l’ufficio passaporti cambogiano. Gli uomini offrono passaggi fino al confine. I bambini si appendono ai vestiti e attaccano col mantra riservato a qualsiasi occidentale: «One dollar, one dollar». Hanno escrescenze purulente sulla pelle, i capelli incollati in ciocche sabbiose. Un bambino di circa quattro anni non ha gli occhi: al loro posto due cavità che secernono un liquido biancastro. Segue la voce di sua sorella, più grande, che a sua volta segue me. Devo abbrancarlo per un braccio prima che un camion lo schiacci.

   Usciti dalla galleria umana, infatti, si apre una strada di sabbia rossastra, piena zeppa di camion e autobus in attesa alla frontiera. Carretti stracarichi trainati a mano, motociclette e tuk-tuk sgusciano fra i bestioni in coda. Clacson a manetta. Ai lati della carreggiata si ergono decine di casinò. I loro nomi contengono quasi sempre la parola «star». Sono edifici costruiti con materiali di risulta e sembrano destinati a crollare al primo soffio di vento. Vedi tedeschi in infradito che sembrano essersi persi. Vedi occidentali con la camicia sporca di terra dirigersi verso le case da gioco. Vedi robivecchi che commerciano in rottami. Vedi manovali coperti dalla testa ai piedi, come se non sentissero i quaranta e passa gradi.

   Per strada transita un camioncino che trasporta un’enorme gabbia dalla quale spuntano braccia e mani. Dentro ci sono donne, uomini, bambini. Sono talmente stipati che alcuni devono premere il viso contro il reticolato di metallo. Una delle ragazze prigioniere, una giovane musulmana, mi sorride. La mia espressione in quel momento deve essere ridicola.

   Il caldo è soffocante, l’aria pressoché irrespirabile per le esalazioni dei camion. Ovunque si alza la polvere: entra negli occhi, in bocca; crea un velo appiccicoso sulla pelle sudata.

   Le formalità per il passaggio del confine sono abbastanza rapide. Il Kingdom of Cambodia tutto sommato non fa storie.

   È la National Highway numero 6 a condurre a Siem Reap. Una lingua d’asfalto che sembra galleggiare in un oceano di fango arancione, mentre fuori imperversa la tempesta.

   Personalmente non sono mai stato in un luogo che più di Siem Reap sia riuscito a restituirmi una rappresentazione plastica e inequivocabile di ciò che sociologi, politici ed economisti definiscono “sperequazione”.

   Siem Reap è la seconda città della Cambogia. Un paesone di campagna che si sta rapidamente espandendo, chiuso fra la jungla dei templi di Angkor Wat a nord e il grande lago Tonle Sap a sud. Le strade bitumate sono non più di una ventina, di fatto le arterie principali di una rete ordinata; il resto delle vie sono linee rette in terra battuta che pullulano di cani e si trasformano in torrenti quando piove. Le case sono costruite in calcestruzzo, compensato, lamiera e stucchi di pessima qualità. Per le vie della città circola la sperequazione di cui sopra: pochi suv aerospaziali contro un turbine di motorini/biciclette. Nessuna via di mezzo.

   Le vie del centro scoppiano letteralmente di banche e bancomat. Una miriade di pittoreschi istituti di credito e qualche nome di banca occidentale. Pare che i canadesi stiano investendo molto in Cambogia. La Canadia Bank, fondata da ex-emigrati cambogiani in Canada, ha costruito una torre a Phnom Penh e, nel Paese, spacca il culo a tutti gli altri.

   Alcune cash machines smerciano solo dollari, schifando i riel locali. Sembra di soggiornare in una colonia americana. Tutto costa, almeno, il solito, fottutissimo, one dollar. Gli ostelli della gioventù hanno le piscine, i muri di cinta e le telecamere a circuito chiuso.

   Difficilmente gli americani/australiani/inglesi, i più presenti fra gli stranieri, escono dagli alloggi. Mangiano in ostello: hamburger e coca cola, 6 dollari, roba che una famiglia, da queste parti, ci campa per una settimana. Passano la giornata a bordo piscina attaccati al lap-top per navigare su internet o guardare la CNN. Conoscono solo ciò che possiedono, così come i Marines delle missioni all’estero controllano esclusivamente il perimetro del carrarmato in cui sono rinchiusi, una bandierina su ogni angolo del mezzo. Ciò che non possiedono, lo disprezzano. L’immagine: un’australiana con la pelle unta si ingozza di patatine e bercia su Skype: un profluvio di Holy shit e It’s amaaaaaaazing. L’immagine: I culturisti del Texas in calzoncini e infradito dicono «cheers» a chiunque, gonfiano i muscoli e non hanno il coraggio di provarci con la messicana tettona. L’immagine: il trentenne di Melbourne è un cooperante internazionale magro come un chiodo e fuma una sigaretta via l’altra, e indica un palazzo a caso, e dice con voce rauca: «The king used to live there. Now he lives in Pin Pon». Cioè Phnom Pehn.

   Difficile non odiarli.

   I cambogiani invece sorridono loro con accondiscendenza e mestiere. Fratello, sto per spillarti one dollar e tu non te ne accorgi nemmeno.

   Le vie del centro sono archeologia coloniale. Indochine française alla grande. La centrale di polizia è ancora la sede della Gendarmerie. Scritte in francese. École élémentaire. Qui i suv dominano. Grandi hotel a un piano con colonne e porticati. Davanti, comitive chiassose di cinesi che montano sull’autobus.

   La realtà procede su due binari paralleli che non si incrociano. Sono, essenzialmente, i due canali monetari. Croccantissimi dollari per gli westerns, pidocchiosissimi riel per i locali. Come due dimensioni mentali distinte che non si mescolano, ma dipendono l’una dall’altra per cause di forza maggiore. Il gioco delle parti ti obbliga a scegliere fra due ruoli. 1- Il colonizzatore gaudente e arrogante. 2- Quello coi sensi di colpa che sembra scusarsi in ogni suo gesto. Nessuna delle due maniere è quella sana per approcciarsi al Diverso.

   Quando scende la notte le insegne al neon cominciano a frizzare nell’oscurità. La Pub Street è ancora poco attrezzata, ma si capisce che ha la stoffa e la volontà per diventare una piccola Kaosan Road pronta a soddisfare i capricci dei colonizzatori. Il mercato notturno è situato di fianco al quartiere dei ristoranti. Li divide una via piena su entrambi i lati di centri massaggi. Sulla soglia di ogni locale, un grappolo di ragazze. Femmine giovanissime si strusciano contro gli occidentali e promettono mirabolanti massaggi upstairs per 3 dollari. Alcune sembrano quasi bambine. I puttanieri italiani di lungo corso però assicurano: no problem, esiste una regola aurea. «Sembrano più piccole di quello che sono in realtà. Devi sempre aggiungere sette anni. Vai tranquillo». Quando dici che non ti interessa, fanno la faccia del seee vabbé.

   Per le viuzze passeggiano i Bianchi. Li vedi anche di giorno. Teste canute, vestiti sgargianti che in patria non porterebbero neanche morti. Quelli che non hanno fattezze da schizoidi, sembrano simpatici, nelle camicione di lino larghissime e nei pantaloni di cotone leggero con stampe di elefanti di tutte le fogge.

   Viaggiano soli. Giocano a biliardo. Mangiano i semi del fiore di loto. Cantano canzoni di Charles Aznavour. Bevono birre, fumano. Fanno i simpaticoni coi turisti più giovani. La Cambogia costa meno della Thailandia. Che pacchia, due dollari e mezzo per un piatto di rane in umido. Che figata, 3 dollari a manovella.

   La pedofilia sta diventando una cosa seria, in Cambogia. Quando la Thailandia sarà troppo inflazionata, è qui che verranno le orde. A Phnom Penh, alcuni tuk-tuk espongono sul retro manifesti in stile pubblicità progresso su cui è scritto in inglese qualcosa del tipo «i bambini non si toccano». Eppure, soprattutto nella capitale, sono molti i bambini che si aggirano per le strade in cerca di qualcuno che offra loro del cibo. Sono bambini soli, all’apparenza, nelle condizioni tragicamente ideali per essere toccati.

   Una volta che si ha avuto l’occasione di visitare i magnifici templi di Angkor, Siem Reap comincia a stare stretta. È quasi fisiologico cercare di spostarsi. Percorrendo la strada che fila dritta verso il Tonle Sap, si incontrano campi coltivati, rogge, catapecchie, finti villaggi tradizionali e un ristorante che serve deliziosi topi grigliati, molto in voga fra le coppiette. Qua e là spuntano le case dei ricchi attorno alle quali lavorano decine di operai, issati su delle impalcature di bambù. Sono edifici a due piani in stile coloniale, color pastello, con colonne in cartongesso rivestite di stucco. Occhio al suv parcheggiato sulla stia.

   Come i rebbi di un pettine, dal tracciato principale si dipartono perpendicolarmente dei terrapieni che penetrano per alcune centinaia di metri nel Tonle Sap. Sono larghi non più di tre metri e ai loro lati sorgono palafitte di legno e lamiera. I cani bighellonano, o cercano ombra. Qui anglosassoni non ce ne sono. I bambini non chiedono one dollar. Ti seguono a gruppi di sei o sette solo per il gusto della novità. Quando esagerano nelle effusioni la nonna li sgrida. È una dimensione lontana anni luce dalle attenzioni interessate dei commercianti o dei tuktukkomani della città.

   A quel punto, ritornare a Siem Reap è bello solo se sai che te ne andrai fra poco.

   Il paradosso è il seguente, e nel suo enunciarsi non scioglie né chiarisce la questione, ma anzi lascia aperto il finale: di fianco a uno dei siti archeologici più maestosi e misteriosi della Terra, immerso in maniera incontrovertibile nel mito e nel passato, esiste una cittadina brutta e macilenta, la Colonia Siem Reap, che prolifera in funzione di quella maestosità e dei guadagni che ne derivano, che è l’anti-mito – il retro sudicio del monumento – e mal sopporta la sua condizione presente, vivendo solo nell’ambizione di un futuro già segnato, fatto di speculazione e luccichio innaturale.