10/10/2017

IL NON-LAVORO CULTURALE, IL PANE, LE CIPOLLE

 

La maggior parte dei lettori, quando va in libreria e compra un libro, è completamente all’oscuro della destinazione dei propri soldi. Non sa, il lettore medio, che di quei 20 € che consegna alla cassiera una parte cospicua andrà al distributore, una buona ma non ottima alla casa editrice, una simile al libraio e una percentuale che si potrebbe definire pulviscolare all’autore.

   Quando va bene uno scrittore prende tra l’8 e il 12% del prezzo di copertina, al netto dell’Iva. In alcuni casi ma non sempre, la cifra aumenta per gli incassi degli e-book (intorno al 20%), tuttavia chiaramente il prezzo del libro elettronico è inferiore, quindi anche l’impatto di questo rivolo di diritti d’autore è minore, e, soprattutto, le vendite delle opere sotto tale forma sono ancora risibili, in Italia. Nel mio caso, per quanto riguarda L’Insolita morte di Erio Codecà, ad esempio, gli e-book sono stati meno del 5% delle vendite totali.

   Il denaro viene scalato dall’anticipo che l’autore ha ricevuto, a volte al momento della firma, a volte alla pubblicazione, a volte metà prima e metà dopo. Quindi, se un libro non ha particolare fortuna, capita spesso che chi l’ha scritto non veda un centesimo oltre l’assegno dell’anticipo. Quando anche il libro abbia fortuna e le royalties delle vendite riescano a superare la cifra dell’anticipo (magari di poche decine di euro), i baiocchi, da cui bisogna scalare le tasse, arrivano in un’unica soluzione una volta all’anno, dopodiché: baracca chiusa e se ne riparla dopo 12 mesi, rendicontazioni delle vendite alla mano. Dodici mesi nei quali, questo è evidente, l’impavido scrittore dovrà mangiare.

   Un esordiente può sperare di prendere fra i 1000 e i 3000 € di anticipo. Ciò avviene, però, quando si ha a che fare con grosse case editrici, coi veri colossi. Un editore medio-piccolo difficilmente paga gli anticipi e di conseguenza salda i conti con l’autore solo nel momento in cui ha effettivamente venduto. Ciò equivale per lo scrittore a un totale salto nel buio. Non prendo in considerazione gli editori che chiedono un contributo in moneta all’autore, in quanto li colloco nel novero della microcriminalità.

   Ora, personalmente, per ideare un romanzo ho bisogno di circa 9-10 mesi di gestazione, la cosiddetta Età degli Schemini, che parte sempre da un’idea forte di fondo, rimasta nei meandri del mio cervello per un po’. Prospetti psicologici dei personaggi, piani di interazione fra di essi, calibrazione dei rapporti emotivi e degli incastri logici della storia. Tradotto: una cinquantina di fogli pieni di segni di matita, parole, frecce, rimandi, appunti vari. Poi segue la ri-stesura dello schema generale al computer. Solo dopo, comincia la scrittura vera e propria dei capitoli, che, per quanto mi riguarda, finisce sempre col differire di un buon 15-20% dal piano iniziale e può durare anche anni.

   Il mio prossimo romanzo, un noir col protagonista cazzuto, uscirà in primavera per una casa editrice del gruppo Mondadori. L’ho scritto in realtà a cavallo fra il 2011 e il 2012, nel corso di 6 mesi, un lasso di tempo breve, all’apparenza. Poi però l’ho rivisto un anno dopo. Poi l’ho revisionato in maniera corposa nel 2015 e nel 2016. Poi lo aggiusterò ancora nelle prossime settimane.

   Una volta che il libro è concluso, il lavoro non lo è per niente. Cominciano, o lo si spera, le presentazioni, a volte lontano da casa svariate ore di treno, a volte precedute da trasferte non rimborsate. Sono minuti e ore che si aggiungono al tempo necessario all’ideazione e alla stesura dell’opera e che abbattono, se mai ce ne fosse bisogno, il costo orario del lavoro di uno scrittore.

   Dico questo solo per dare la dimensione del travaglio che c’è dietro a 200-300 pagine di carta.

   Se si mettono insieme tempi di lavorazione e guadagni, si capisce intuitivamente quale possa essere la difficoltà di vivere facendo questo mestiere. Un mestiere che dall’esterno fatica ad essere riconosciuto tale e, visti i compensi, spesso tristemente anche agli occhi di chi lo fa. Ciò ha creato generazioni intere di scrittori che non sono solo scrittori.

   Negli ultimi anni ho lavorato in un call center, esperienza di merda: per telefono, cercavo di convincere i carrozzieri di Bitonto che senza un e-commerce erano delle povere teste di cazzo e che quindi dovevano correre ad abbonarsi a Staminchia.it, ovvero «enorme visibilità e milioni di potenziali clienti, signore»; ho fatto indagini demoscopiche a domicilio andando a chiedere alla gente quanta carta igienica consumasse in un mese, perché il Comune di Milano era interessato all’argomento; ho scritto finte recensioni di strutture alberghiere per siti internet specializzati nel ramo turistico, 1,80 € al pezzo; ho intervistato, ipad alla mano, i tifosi ubriachi di Atletico Madrid e Real prima della finale di Champions League del 2016. E altre cose ancora, portate avanti assieme al mestiere-non mestiere, il lavoro-non lavoro.

   In pieno boom economico, nel febbraio del 1960, Luciano Lama intervenne al IV Congresso provinciale della Fiom di Milano, guidata da Pino Sacchi. In quell’occasione Lama disse che gli operai non mangiavano più «pane con la cipolla», erano cambiati: ora avevano «sete di conquista di benessere». L’allora segretario nazionale della Fiom voleva significare che con l’ammodernamento tecnologico dei mezzi di produzione anche le esigenze sociali, culturali, politiche e spirituali dei lavoratori si erano evolute.

   A fronte dei modi di produzione della letteratura in questo Paese, perlomeno i modi di produzione che riguardano la stragrande e grigia maggioranza degli scrittori professionisti della non-professione, mi chiedo quali saranno le evoluzioni o, più probabilmente, le involuzioni delle esigenze sociali, culturali, politiche e spirituali dei lavoratori del mondo dell’editoria, e nello specifico degli scrittori. E a quale letteratura tutto ciò porterà. Quale qualità di un’opera si può pretendere da un autore che per mantenere la famiglia deve arrabattarsi a destra e a manca, anche al di fuori del suo campo professionale?

   Luciano Canfora, in un’intervista, ha detto che il paradosso dei lavoratori intellettuali è che teoricamente avrebbero più armi per difendersi, ma «la bravura di chi detiene ambo le chiavi [leggi: i padroni] consiste nel dividere i ceti che ha davanti». Il che vale sempre. Anche per chi scrive.

   Dalle condizioni di chi ha questa occupazione, dall’attenzione che viene riservata ai libri si può, credo, intuire la piega che prende un Paese. Quando si sono bruciati i libri, presto si sono bruciati anche gli uomini. Bruciando quelli che i libri li scrivono, non so immaginare cosa possa capitare al resto degli uomini.

   Detto questo: La pista è immensa e incasinata, sorella, ma balleremo anche con le scarpe rotte, fino alla fine.